Caso DE MIGUEL, VERNI: "l'espulsione non equivale a una condanna penale"
La morte dell'attaccante del Tenerife Jesús de Miguel, avvenuta dopo uno scontro di gioco con il portiere dell'Andorra Jesús Owono, apre complessi interrogativi giuridici

Caso De Miguel, l’avvocato Verni: "L'espulsione non è una condanna penale"
(AGR) Dopo la morte dell’attaccante del Tenerife, il caso apre interrogativi anche sul piano giudiziario. In un’intervista pubblicata da Insideroma, l’avvocato Marco Valerio Verni, laureato in diritto spagnolo, ha chiarito quali elementi occorrerà accertare e perché il cartellino rosso non equivale a una condanna.
La morte di Jesús de Miguel, attaccante del CD Tenerife, dopo lo scontro con il portiere del FC Andorra Jesús Owono durante la partita del 2 novembre ha suscitato interrogativi sulle possibili responsabilità dell’estremo difensore. In un’intervista pubblicata da Insideroma , l’avvocato Marco Valerio Verni ha ricostruito il quadro giuridico spagnolo, distinguendo il giudizio sportivo da quello penale.
Il referto arbitrale, secondo quanto riportato dalla stampa, descrive un impatto con la gamba alta e l’uso di forza eccessiva mentre il pallone era in disputa. L’espulsione è un elemento rilevante per la valutazione disciplinare, ma non dimostra da sola una responsabilità penale. Come osserva Verni, i due giudizi hanno presupposti e finalità differenti; il codice della Real Federación Española de Fútbol dichiara inoltre autonoma la responsabilità sportiva da quella penale.
Sul piano giudiziario, per una morte non naturale gli accertamenti servono a chiarire le circostanze del decesso: l’apertura di un fascicolo non significa che il portiere sia già imputato. Il procuratore capo di Santa Cruz de Tenerife, José Luis Sánchez-Jáuregui, ha definito molto difficile l’avvio di un procedimento penale, considerato che il contatto è avvenuto nel corso di un’azione di gioco. È una valutazione preliminare riferita dalla stampa, non una decisione sul caso.
In astratto, la norma da considerare è l’articolo 142 del Código Penal, che disciplina l’omicidio per imprudenza. Per l’imprudenza grave prevede la reclusione da uno a quattro anni; per quella meno grave, una multa di durata compresa tra tre e diciotto mesi. Come precisato nell’intervista a Insideroma, la durata della multa segue il sistema dei giorni-multa: non si tratta di rate mensili, e la quota giornaliera viene stabilita dal giudice in base alle condizioni economiche del condannato.
Perché possa configurarsi una responsabilità penale occorre comunque provare una condotta imprudente penalmente rilevante e il nesso causale con la morte. Gli accertamenti dovranno ricostruire modalità e forza dell’impatto, la possibilità concreta di giocare il pallone e i risultati medico-legali. Il calcio comporta rischi ordinari di contatto, ma questo non rende irrilevante qualsiasi condotta; allo stesso tempo, la gravità dell’esito non sostituisce la prova richiesta dalla legge.
Resta poi il versante sportivo. Il codice RFEF prevede almeno una giornata di squalifica per l’espulsione diretta e contempla, all’articolo 102, da quattro a dodici partite di sospensione per condotte violente durante il gioco che provochino conseguenze lesive gravi. L’applicazione della norma e la sanzione spettano agli organi disciplinari.
Per ora, dunque, il punto centrale è attendere gli accertamenti e non confondere un’espulsione o l’apertura di un fascicolo con un verdetto. La valutazione di eventuali responsabilità, penali e sportive, richiede percorsi distinti e un esame puntuale dei fatti.
















