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Zaniolo-goal e la Roma conquista la coppa Conference battendo un ottimo Feyenoord

Finale Coppa Conference: Roma-Feyenoord 1-0

printDi :: 27 maggio 2022 15:59
Zaniolo-goal e la Roma conquista la coppa Conference

Zaniolo-goal e la Roma conquista la coppa Conference

(AGR) Di per sé, la partita non è stata spettacolare. Già all’entrata in campo delle squadre avevamo avuto modo di notare come sui volti dei ventidue si leggesse ansia e tensione, tutt’e due ad altissimi livelli. Il che lasciava presagire una gara nervosa, spigolosa, piena di ripicche e falletti, che avrebbe dato un gran daffare all’arbitro. Le migliaia di decibel, che alzavano ulteriormente sia l’una che l’altra, facevano sì che lo stadio di Tirana per una serata si travestisse da Colosseo, all’interno del quale le tifoserie cercavano di sovrapporsi, a tratti ora l’una ora l’altra riuscendoci. Nel primo tempo, il leggero predominio della Roma culminava con il goal di Zaniolo al 32’, che, materializzatosi all’improvviso davanti al portiere Bijlow, realizzava facendo la cosa meno ovvia, mandandola cioè a destra del portiere anziché alla sinistra, dove probabilmente l’estremo difensore si aspettava. Raggiunto il vantaggio, la squadra giallorossa pensava più ad amministrare che a proporre temi offensivi.

Così, vista l’aria che tirava, la prossimità del riposo e l’assetto difensivo romanista - un autentico muro che Smalling, Mancini, Karsdorp, con l’aggiunta di Zalewski, avevano reso invalicabile - il Feyenoord, saggiamente, rinunciava ad iniziative d’attacco, riservandosi un resettaggio negli spogliatoi, con più che certo arrembaggio nella ripresa. E così era: specie nei primi minuti del secondo tempo, la Roma soffriva parecchio le folate degli olandesi, ma poi, spentasi la foga avversaria e andandosi rendendo conto che il traguardo era vicino, pensava bene di serrare le file. A quel punto della gara, ultima mezz’ora di gioco, il Feyenoord appariva in una migliore condizione fisica. Alla disperata ricerca del pareggio, si gettava all’assalto all’arma bianca e per la Roma era gioco-forza indietreggiare: i giallorossi, infatti, non riuscivano più a uscire dalla propria metà campo e di imbastire trame offensive nemmeno a parlarne. Scricchiolando così le cose, Mourinho correva ai ripari e procedeva alle sostituzioni: al 65’, Spinazzola e Veretout rilevavano rispettivamente Zalewski e Zaniolo.

Quasi subito si vedevano gli effetti sperati perché, con i nuovi entrati, la Roma, recuperando tutte le energie di cui aveva bisogno, acquisiva quel dinamismo necessario a ribaltare il fronte e magari tentare la strada del 2-0. L’occasione per il raddoppio arrivava, nettissima all’85, allorché Pellegrini riceveva un gran pallone in area da Veretout, controllava e sparava di sinistro, ma il portiere Bijlow respingeva. Qualche minuto dopo, all’89’, Shomurodov rimpiazzava Abraham e Vina entrava al posto di Karsdorp. Lo sforzo cui il Feyenoord ha sottoposto la Roma è stato enorme. Tra i giallorossi ce n’erano diversi che nel finale non ne avevano proprio più ma hanno resistito stoicamente fino alla fine. Stoicamente, sì, perché se rimani senza benzina nel momento topico della gara e vedi i tuoi avversari, che sembrano imprendibili, correre a tutto campo come se fosse il primo minuto di gioco, sono dolori. Ma, e questo sia detto senza cadere nella retorica, se quei ragazzi sono arrivati fino alla fine resistendo stoicamente agli arrembaggi olandesi, una parte non proprio piccola del merito va alla legione di tifosi che ha seguito la squadra fino a Tirana. Da parte nostra, il Feyenoord ce lo aspettavamo così come poi l’abbiamo visto: roccioso, ‘cattivo’, aggressivo, veloce, in possesso di un’eccellente condizione psico-fisica. Forse, più che la qualità dei singoli giocatori, è proprio quest’ultimo il suo punto di forza. Davvero un’ottima squadra, quella di Arne Slot, a conferma che il calcio olandese è una miniera inesauribile di talenti. Onore dunque al Feyenoord.

Non abbiamo dubbi che la squadra di Rotterdam ha davanti un grande futuro: velocità, concretezza e chiarezza d’idee ne fanno un’avversaria temibilissima per chiunque. L’arbitraggio di Istvan Kovacs è stato scadente: non ha assegnato un paio di angoli alla Roma e non ha visto una trattenuta di Senesi su Abraham ormai lanciato a rete, che andava punita quantomeno con il giallo. D’accordo, storie trite e ritrite che i tifosi romanisti potrebbero elencarne dozzine. Tuttavia, ci corre l’obbligo di ribadire sempre che, qualsiasi sia la partita che si sta giocando, invertire un fallo laterale, non fischiare o fischiare a sproposito, assegnare frettolosamente un cartellino o assegnare erroneamente un calcio di punizione, può davvero cambiare l’esito di una partita, di un campionato, di un mondiale. Troppo forti le emozioni che attraversano l’ensemble giallorosso, Mourinho compreso, che infatti al triplice fischio di chiusura si scioglierà in lacrime. Lacrime di gioia, di felicità sua e per aver dato felicità a tutto il popolo romanista. La conquista della coppa Conference è il veni, vidi, vici di Mourinho, per certi versi è la ‘sua’ vittoria, è il suggello a una carriera strepitosa, incredibile, durante la quale ha vinto tutto ciò che c’era da vincere: coppe, campionati, tornei vari. Ma dubitiamo che Mourinho catalogherà questa sua ennesima vittoria come di ordinaria amministrazione.

Piuttosto, siamo sicuri del contrario perché, lo ha affermato lui stesso nell’intervista rilasciata nel dopopartita di Roma-Feyenoord (ne riportiamo il senso), ‘quando si guidano squadre come il Real Madrid o il Manchester United è ‘normale’ vincere, ma vincere a Roma è tutt’altra cosa’. Verità incontrovertibile, aggiungiamo noi, perché vincere con la Roma è la conquista del vello d’oro, è il viaggio al centro della Terra, è arrivare su Marte, è, insomma, compiere un’impresa epica, arrivare là dove nessuno è mai arrivato prima. Portare la Roma alla vittoria è una sensazione di immortalità, un momento intramontabile che rimane dentro, una sensazione incancellabile che seguirà per sempre chi ha avuto la fortuna di provarla. Insieme a lui, il coach, l’hanno provata migliaia, centinaia di migliaia di tifosi romanisti sparsi nel mondo, piantati davanti ai televisori o all’Olimpico o allo stadio di Tirana. Non è questa la sede per spiegare o cercare di spiegare perché nella bacheca della Roma non ci sia questa o quella coppa o ci siano pochi scudetti. Questa di Tirana è una serata speciale per il popolo romanista, una serata che ha messo fine a 60 anni di attesa. Noi che dell’imparzialità ne abbiamo sempre fatto la nostra bandiera, non abbiamo potuto fare a meno di emozionarci nel vedere quell’immenso insieme sui cui volti si intravedevano, indelebili, i segni dell’età, sia essa appena oltre i trenta o abbia raggiunto ormai l’invidiabile traguardo della terza età, quella sterminata macchia giallorossa che idealmente si estendeva dalla National Arena di Tirana all’Olimpico di Roma, in quel suo scorrere sicuro e deciso ancorché immaginario lambendo le tantissime tifoserie romaniste sparse nel mondo. Né abbiamo potuto opporre una qualsiasi sorta di indifferenza al pathos che ci sommergeva nel vedere tante ragazze e ragazzi gioire, piangere, abbracciarsi.

Quella gioventù che a causa di politiche del lavoro scriteriate e dissennate si ritrova oggi, per necessità economiche, obbligatoriamente relegata a impieghi temporanei, ‘regolati’ da medievali contratti di lavoro a tempo determinato generati da un sistema-lavoro indegno di un paese che pretende di essere ‘civile’, tale invece da catapultarci ad epoche che si credeva, purtroppo a torto, del tutto remote e seppellite. Impieghi spesso saltuari che consentono, al massimo, di mettere insieme stipendi da fame, guadagnati a costo di orari di lavoro antidiluviani. No, non abbiamo potuto non emozionarci nel vedere quella gioventù tradita da chi avrebbe, dovrebbe provvedere a far sì che quella priorità, il lavoro, le dia sicurezza, le consenta di guardare al futuro con fiducia e serenità. Nonostante angosce, ansie, frustrazioni provocate dalla sensazione di provvisorietà – forse il postarello che ho oggi domani non ce l’avrò più – quei volti mostravano felicità, ma soprattutto fiducia in un bellissimo avvenire. Il merito di aver preparato e servito quel cockail effimero ma indimenticabile fatto di gioia, felicità e serenità, a chi altro potrebbe essere ascritto se non ai ragazzi giallorossi: Zaniolo, Abraham e tutti gli altri ce l’hanno messa tutta per portare a Roma il trofeo. E ci sono riusciti alla grande, disputando una gara giudiziosa, si potrebbe dire, mutuando questo termine, che poco ha a che fare con il calcio, da altri contesti. Una gara che non è mai stata scontata, una gara vera che la Roma ha saputo condurre in porto restando concentratissima su ogni pallone, restando squadra quando il forcing avversario diventava asfissiante, soffrendo quando le energie venivano meno, riuscendo a gestire il vantaggio con grande personalità fino alla vittoria. Sono stati questi i pilastri sui quali la Roma ha costruito la sua vittoria, un autentico trionfo che ha trovato la sua sublimazione nel momento in cui capitan Pellegrini ha alzato la coppa al cielo.                                                                                 

                                                                                                                       

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