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Il caso Roggero: una condanna probabilmente corretta sul piano giuridico, ma che interroga anche le responsabilità dello Stato

Il vero nodo della vicenda, tuttavia, potrebbe essere un altro: prima ancora dello sparo, vi è stata una rapina. E una rapina non dovrebbe verificarsi.

printDi :: 19 luglio 2026 09:44
Avvocato Marco Valerio Verni

Avvocato Marco Valerio Verni

(AGR) La condanna di Mario Roggero ha inevitabilmente riacceso un dibattito che va ben oltre il singolo processo: da un lato vi è il diritto penale, con le sue regole sulla legittima difesa; dall’altro vi è il comprensibile sentimento di esasperazione di chi si sente abbandonato di fronte alla criminalità.
Sotto il profilo strettamente giuridico, la decisione dei giudici appare difficilmente sorprendente: la giurisprudenza della Corte di Cassazione distingue infatti in modo netto la reazione difensiva necessaria da quella che interviene quando l’aggressione è ormai cessata.

Se l’offesa non è più attuale e l’aggressore è in fuga, vengono normalmente meno i presupposti della legittima difesa previsti dall’art. 52 del codice penale. In questa prospettiva, una condanna era, con ogni probabilità, l’esito prevedibile del processo.
Ciò non significa, tuttavia, che il caso non meriti anche una riflessione umana. In linea generale, chi subisce una rapina vive spesso una condizione di paura, concitazione e forte alterazione emotiva: pretendere che una persona reagisca con la lucidità di un giurista, di un magistrato o, più realisticamente, di un professionista della difesa personale, può apparire, sul piano umano, estremamente difficile.

 
Comprendere questo stato psicologico, però, non equivale necessariamente a giustificare penalmente ogni successiva condotta.
In tal ottica, un qualsiasi giurista non può non ricordare come il diritto penale debba evitare ogni deriva emotiva e mantenere ferma la distinzione tra difesa legittima e vendetta privata e che l’ampliamento della prima (legittima difesa) non possa trasformarsi in una sostanziale autorizzazione all’uso della forza quando il pericolo sia ormai cessato, poiché ciò altererebbe principi fondamentali dello Stato di diritto.

Il vero nodo della vicenda, tuttavia, potrebbe essere un altro: prima ancora dello sparo, vi è stata una rapina. E una rapina non dovrebbe verificarsi. Il primo responsabile, in senso politico e istituzionale, è dunque uno Stato che non riesce sempre (più spesso) a garantire ai cittadini un adeguato livello di sicurezza. Quando una persona arriva a sentirsi costretta a difendere da sola la propria incolumità o i propri beni, il problema non riguarda soltanto il singolo episodio, ma investe la capacità delle Istituzioni di prevenire e reprimere efficacemente la criminalità.

Per questa ragione il dibattito dovrebbe evitare contrapposizioni semplicistiche tra chi invoca la tolleranza zero e chi difende rigorosamente le regole del diritto penale. Le due esigenze possono e devono convivere: da un lato, l’ordinamento non può rinunciare ai principi che impediscono l’uso arbitrario della forza; dall’altro, le Istituzioni hanno il dovere di garantire condizioni di sicurezza tali da non lasciare il cittadino nella percezione di essere solo di fronte alla criminalità.

Il caso Roggero rappresenta così un monito sotto un duplice profilo: la giustizia penale deve continuare ad applicare le norme con rigore, ma la politica non può sottrarsi alla responsabilità di rendere sempre più rara la situazione che ha dato origine a questa tragica vicenda. Se la rapina non fosse mai avvenuta, probabilmente oggi non staremmo discutendo né della legittima difesa né dei suoi limiti.

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