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Sulla violenza sessuale, slogan o fatti concreti?

Dal mondo politico, a volte, sembrano arrivare solo proclami. Nel frattempo, le vittime, ed i loro familiari, rimangono in attesa.

printDi :: 28 maggio 2021 08:58
Pamela Mastropietro, la giovane studentessa romana ritrovata a pezzi in due trolley, il 31 gennaio 2018,nelle campagne di Pollenza,nelle Marche.

Pamela Mastropietro, la giovane studentessa romana ritrovata a pezzi in due trolley, il 31 gennaio 2018,nelle campagne di Pollenza,nelle Marche.

(AGR) In questi giorni, a seguito di certi fatti di cronaca che hanno riguardato alcuni (presunti) episodi di violenza sessuale, sui quali, naturalmente, sarà la magistratura a fare piena luce, si sono - e ben venga! - si moltiplicano i tavoli di discussione, politici e mediatici, su questa drammatica tematica.

Senza entrare nel merito di altre questioni, la domanda che qui si vuol porre è però se, al riguardo, davvero vi sia intenzione di intervenire in concreto, oppure si sia in presenza, almeno per la maggior parte dei casi, di puri e semplici proclami del momento.

Altrimenti posto, l’interrogativo è se, a fronte del verificarsi di determinati fatti, che magari, al di là del merito, abbiano posto in luce delle falle normative, vi sia veramente la volontà di porvi poi riparo, come dovrebbe accadere in qualsiasi Stato che, come il nostro, si professa “di diritto”.

La memoria, nello specifico, va a Pamela Mastropietro, la giovane studentessa romana che - fatto noto alle cronache nazionali ed internazionali - fu ritrovata a pezzi in due trolley la mattina del 31 gennaio 2018, nelle campagne di Pollenza e per i cui (presunti) reati perpetrati a suo danno, è stato, ad oggi, condannato all’ergastolo (si sono svolti il giudizio di primo e secondo grado: si è in attesa di quello avanti la Cassazione) il nigeriano Innocent Oseghale.

Come si ricorderà, tra gli altri procedimenti “satellite”, ne venne aperto uno contro due persone in particolare che, il giorno prima di andare incontro al suo demoniaco destino, Pamela Mastropietro ebbe ad incontrare sul suo sventurato cammino, e nei confronti delle quali, inizialmente, era stato aperto un fascicolo per l’ipotesi di violenza sessuale a danno della suddetta.

Solo che, giunto davanti al Giudice per le indagini preliminari, tale procedimento venne archiviato a causa, sostanzialmente, di un difetto normativo.

Infatti, non si potè entrare nel merito della questione, tesa ad accertare la fondatezza o meno dell’ipotesi delittuosa sollevata, perché la giovane non aveva sporto la querela.

Generalmente parlando, nel reato di violenza sessuale, occorre che sia la vittima (ove maggiorenne) a rivolgere la fatidica istanza di punizione agli organi competenti, essendo una scelta demandata totalmente alla volontà della suddetta (vittima) se “andare avanti o no”, stante le conseguenze (soprattutto sotto il profilo della c.d. vittimizzazione secondaria) che pure le potrebbero derivare.

Ma nel caso della povera Pamela Mastropietro, la domanda sottesa al tutto, era e continua ad essere: come poteva presentare la querela, per l’appunto, se il giorno dopo ebbe a morire per i fatti di cui si è detto?

D’altronde, tornando all’archiviazione, fu proprio il giudice, nel suo relativo provvedimento, ad evidenziare il difetto normativo che in casi come questi, impedisce di fatto a terze persone rispetto alla vittima (come i suoi familiari) di un presunto reato come quello per cui si procedeva, di cercare e, magari, ottenere giustizia, non potendo essi, allo stato dei fatti, sostituirsi alla suddetta nella presentazione della querela, il cui diritto, in realtà, si estingue con la morte della persona offesa.

Una questione che, all’epoca- circa un anno fa-, venne denunciata dal sottoscritto e dalla famiglia di Pamela Mastropietro, con tanto di appello, lanciato in diverse sedi (giornalistiche e televisive) affinchè il mondo politico si interessasse, eventualmente, a colmare quel vuoto per far sì che, nella malaugurata ipotesi si fosse ripresentato un fatto analogo, non venisse nuovamente negata ai familiari la possibilità di adire autonomamente le vie giudiziarie, per indagare fino in fondo l'eventuale commissione di un reato così grave ai danni di un loro caro.

Alcuni parlamentari furono interpellati addirittura personalmente, affinchè si cercasse di sanare quel difetto.

Ma, ad oggi, nulla è accaduto. Eppure, quando si è trattato di andare in televisione, o, appunto, di fare proclami sul tema, anche in occasione dei fatti richiamati all’inizio, quegli stessi parlamentari sono stati in prima linea.

Ed allora, riemerge la domanda di cui sopra: c’è veramente la volontà di intervenire, su certe tematiche, al di là dei slogan e degli sdegni mediatici? C’è veramente la volontà di trarre il massimo spunto possibile da questa come da altre tragedie che, purtroppo, accadono?

Quando accadono delle tragedie, occorrerebbe trarre massimo spunto, da esse, affinchè non accadano più o, magari, accadano sempre meno. Se così non fosse, infatti, oltre a risultare ipocrite tante lacrime apparentemente versate, si finirebbe con l'uccidere o, comunque, con il colpire nuovamente, in maniera metaforica, ma non per questo meno dura, le vittime ed i loro familiari.

L’impressione, a volte, è che, in uno Stato come il nostro, definito “la culla del diritto”, quest’ultimo, in quella culla, ci si sia pure addormentato.

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