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"La testimone", una nuova indagine per Judith Lay, l'ultimo libro di Chiara Panzini

Chiara Panzini è al suo secondo romanzo edito da Cultura e dintorni, l'opera è un giallo canonico dal sapore wasp,denso di riferimenti alla cultura d’oltreoceano sebbene ambientato nell’inglesissimo Lake District.

printDi :: 28 maggio 2021 20:33
La Testimone di Chiara Panzini

La Testimone di Chiara Panzini

(AGR) di Ginevra Amadio

(da Prisma) Giovane scrittrice con il ‘pallino’ del noir, Chiara Panzini è al suo secondo romanzo edito da Cultura e dintorni, realtà vivace e proteiforme, sollecita alla cura di nuove voci. L’opera, che con efficace polisemia si intitola “La testimone”, è un giallo canonico dal sapore wasp,denso di riferimenti alla cultura d’oltreoceano sebbene ambientato nell’inglesissimo Lake District.

Faro ineludibile, come rivela il proscenio, è il King di Shining o della serie di Holly Gibney, detective avvezza alla percezioni sensoriali. Così Judith Lay, protagonista del dittico di Panzini inaugurato da Sotto anestesia (2017), qui richiamato –in modo un po’ insolito – da note a piè di pagina che illustrano i riferimenti. Anche se inquadrabile con precisione, il teatro del racconto (un albergo “a U” di cui l’autrice riporta la planimetria) è volutamente sfumato, come a focalizzare l’attenzione sui tipi umani, la cuicomplessità è opportunamente scandagliata. Non tutti, però, subiscono un trattamento d’attenzione, segno che il modulo narrativo è del tutto poliziesco, con la ridda di caratteri ad affastellare la scena: c’è l’ospite solitario e ambiguo, la bella modello playmate, i proprietari dell’albergo effigiati come clan.

I punti-chiave del genere si dispongono, inoltre, lungo linee convenzionali, sì che il lettore risulta avvinto, in qualche modo soggiogato, certo della soluzione prospettata dall’‘ispettrice’ (in realtà un’aspirante detective). È proprio la voce narrante uno degli elementi peculiari de La testimone, che rifiuta la terza persona in nome di una tecnica ‘immersiva’ in cui prendono corpo fenomeni di straniamento(Judith dubita di sé, deve ri-controllare le sue azioni)e brevi squarci di trama.

Il morto – nodo centrale ditutti i gialli – è qui, se vogliamo, un catalizzatore di relazioni, lo strumento che consente a Panzini di alternare i piani del romanzo: da un lato la vita privata, con le sue sfumature relazionali, dall’altra il cruciverba dei fatti, in apparenza estranei ma destinati a incrociarsi. E poi le parole, di cui l’autrice conosce il potenziale, le rifrangenze semantiche. A cominciare dal titolo, che allude al doppio-ruolo della protagonista, testimone del delitto e di un matrimonio nato sghembo. O il sottotitolo, in cui Le indagini di Judith Lay assumono il valore di una duplice ricerca, tesa allo svelamento di verità conciliabili: quelle vere,reali, dell’effettivo misfatto, e quelle profonde, insondate, dell’animo umano.

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