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Un pensiero sulla nostra Bandiera

Il tricolore per i giovani

printDi :: 25 gennaio 2022 12:50
Uff. Dr. Giorgio Albéri

Uff. Dr. Giorgio Albéri

(AGR) Un pensiero sulla nostra Bandiera

Uff. Dr. Giorgio Albéri

L’origine della bandiera è antichissima. I primi esempi risalgono al 1000 a. C. Anche gli antichi Egizi utilizzavano le bandiere, e nella Bibbia si parla di insegne delle 12 tribù di Israele. La bandiera era in uso anche tra i Greci e i Romani. Nel Medioevo ce ne sono diversi tipi: lo stendardo; il vessillo, per i combattimenti, con lo stemma della famiglia; il guidone, insegna militare; il pennello, il gonfalone del capitano del popolo. Le bandiere nazionali vere e proprie nascono invece con la fondazione degli Stati moderni. Fino alla Rivoluzione francese, la bandiera era spesso lo stemma della casata regnante, ma non era sentita dal popolo come la propria "bandiera nazionale". Fu perciò una novità quando, durante la Rivoluzione francese, fu issato il primo Tricolore. Un'altra innovazione si ebbe con la Rivoluzione russa quando una semplice bandiera rossa fu scelta come bandiera nazionale dell'Unione Sovietica. Bandiere rosse erano già state sventolate in precedenza, ma i tradizionali disegni delle varie parti dell'Impero russo furono sostituiti dalla falce e martello. Con la caduta dell'Unione sovietica, tuttavia, si ritornò a disegni più tradizionali e a bandiere più variegate.

Il Tricolore (verde, bianco e rosso) è la Bandiera dell’Italia. L’articolo 12 della Costituzione italiana dispone che "la bandiera della Re-pubblica è il tricolore, verde, bianco, rosso, a tre bande verticali di uguali dimensioni". La bandiera tricolore italiana ha origine a Milano come bandiera delle milizie lombarde create da Napoleone il 6 novembre 1796. È stata dapprima una variante del tricolore rivoluzionario francese, con il verde (che rappresentava la natura o, anche, più comunemente, la speranza) al posto del blu. Con le strisce disposte in senso orizzontale, fu consacrata come vessillo della Repubblica Cispadana nel Congresso di Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Dopo la caduta di Napoleone il tricolore apparve nei moti del 1821 in Piemonte, in quelli del 1831, poi nei moti e nella guerra del 1848. In questa circostanza le donne reggiane offrirono una bandiera tricolore, da loro lavorata, al battaglione degli studenti universitari toscani che passò per Reggio e combatté a Curtatone e Montanara. Dal 23 marzo 1848, re Carlo Alberto adottò il Tricolore per le sue truppe. L’8 maggio 1848 il Tricolore divenne la bandiera nazionale ufficiale del Regno di Sardegna. Nel 1860, re Francesco II di Borbone decretò che la bandiera verde, bianca e rossa fosse anche il vessillo ufficiale del suo Regno, con lo stemma delle Due Sicilie sovrapposto sul bianco.

Il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia: il Tricolore continuò a essere la bandiera nazionale. Il drappo, sino al giugno 1946, aveva al centro lo scudo sabaudo contornato di azzurro e sormontato dalla corona reale. In Italia esiste un cerimoniale specifico relativo alla bandiera. L'asta su cui si alza la bandiera è il pennone, il lato che sventola è il battente mentre il lato, cucito a guaina, che rimane verso il pennone si chiama inferitura. Le bandiere vanno esposte in modo dignitoso, senza toccare il suolo o l'acqua, vanno portate sempre in alto e libere di sventolare, mai usate come copertura di tavoli o come drappeggio. Inoltre, la bandiera di un paese non può mai essere esposta in posizione inferiore ad altre di enti, associazioni, aziende o città rispetto alle quali deve occupare una posizione privilegiata.

Fatta questa breve premessa, passiamo a parlare un po’ di storia. Nel 1847 il genovese Goffredo Mameli, fervente mazziniano e aiutante di campo di Garibaldi, morto appena ventiduenne, compone le parole dell’Inno d’Italia e nello stesso anno il poeta patriota Giovanni Battista Piccolini scrive: “Il bianco mostra ch’ella è santa e pura/il rosso che col sangue è a pugnar presta/e quell’altro color che vi s’innesta/che mai mancò la speme alla sventura/ E se presumi d’arrestarne il volo/coll’armi infami che ti fur commesse/ella tinta sarà d’un color solo”.

Nel 1848 Carlo Alberto sostituì al vessillo sabaudo il tricolore. Guidò le forze che portarono alla Prima guerra di indipendenza contro l'Austria, ma, abbandonato da papa Pio IX e da Ferdinando II di Borbone, nel 1849 fu sconfitto e abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele. Morì in esilio qualche mese dopo nella città portoghese di Oporto. Il suo tentativo di liberare l'Italia settentrionale dall'Austria rappresentò il primo sforzo dei Savoia di mutare gli equilibri della penisola dettati dal Congresso di Vienna. Le guerre del Risorgimento permettono all’Italia di nascere come Nazione e danno inizio al processo di unificazione del popolo italiano. La situazione economica e l’azione politica nella seconda metà dell’800, definiscono un profilo specifico del processo risorgimentale.

Da una parte il tema è quello della definizione filosofico-politica di uno Stato liberale: in particolare del rapporto Stato/Chiesa, così come Cavour lo descrive nei mesi che accompagnano la proclamazione del Regno d'Italia all’indomani dell’impresa dei Mille; dall'altra è la questione della fisionomia economica dello Stato, sulla quale Cavour lavora in quegli stessi anni e sulla quale aveva cominciato a riflettere tra gli anni ‘30 e gli anni ‘50 del secolo. Questa riflessione è oggi meno nota, ma non è meno essenziale per comprendere il profilo cultural-politico dell’azione del grande statista. Il tricolore accompagna i nostri Padri nelle lunghe e dure lotte e l’animo popolare non manca di sottolineare col canto lo spirito di libertà e d’indipendenza. Il tricolore, per la prima volta con l’esercito italiano, varca il confine durante la guerra in Crimea. Nel 1897, alla fine del secolo, Giosue Carducci, nel primo centenario della nascita del tricolore, durante il discorso ufficiale tenuto il 7 gennaio a Reggio Emilia, pronuncia: “Sii benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella vita di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli!  Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro Paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentile, con le ispirazioni e gli affetti delle virtù onde la Patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena delle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà”.

Anche oggi i giovani devono sentire il grido dei padri: siate voi degni del valore antico, siate voi degni della vostra Italia: date tutti voi stessi per farla degna delle sue tradizioni e credere nella Patria come affermava Giuseppe Mazzini: “La Patria è una come la vita. La Patria è la vita del popolo. Dio ve la diede; gli uomini non possono a modo loro rifarla…Dio che, creandola, sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli dell’eterna forza e dell’eterno modo: le Alpi ed il Mare”. Successivamente si inserisce, nel teatro culturale italiano, il movimento artistico/letterario “futurista”. Filippo Tommaso Marinetti, fondatore di tale corrente, vede nella guerra non la distruzione di ogni valore umano, ma una delle più alte manifestazioni di civiltà e di progresso. La famosa cartolina che propagandava questo movimento riportava sul retro: “Nella nostra bandiera il Rosso invade e accende il Verde e il Bianco passatisti meno guerra sola igiene, sola morale, solo motore del progresso; più eroismo, più orgoglio italiani, più preparazione del primato italiano in arte, industria e commercio, più difesa dei novatori contro musei, biblioteche, chiaro di luna industria dei forestieri, uguale a “Futurismo”.

Il sacrificio di coloro che non sono più fra noi non è andato perduto e resterà perenne nella riconoscenza della Nazione. Ha vinto la fede di chi ha dato la vita per la Patria, che per tanto tempo, ha posto innanzi ai propri patimenti un nome solo: Italia! La nostra bandiera, il nostro tricolore sventoli in ogni momento, col sole, con la pioggia o senza vento, perché c’è una forza che la sospinge: le mani e le braccia dei caduti di tutte le guerre.

 

Uff. Dr. Giorgio Albéri

Vive a San Lazzaro di Savena (BO) e ha svolto quasi tutta la sua attività lavorativa come Funzionario/Procuratore di Banca.

La sua grande passione è stata ed è il teatro e, dopo avere frequentato il corso di regìa teatrale presso l’Accademia d’arte drammatica “Antoniano” di Bologna, ha rappresentato nel corso della vita come autore e regista, numerosi spettacoli teatrali/musicali, commedie e riviste.

Dal 1987 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti prima nell’Elenco speciale e poi come Pubblicista. Attualmente dirige due testate: “La Voce dell’Unuci”, e “Le Buone Notizie”.

Nel 2009 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana” dal Presidente Giorgio Napolitano e nel 2019 “Ufficiale della Repubblica Italiana” dal Presidente Sergio Mattarella.

 

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