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L’Inter gioca bene e fa goal, la Roma guarda

Roma-Internazionale 0-3

printDi :: 06 dicembre 2021 00:28
L’Inter gioca bene e fa goal, la Roma guarda

(AGR) L’ordinata, disciplinata, solida brigata dell’Inter ha giostrato indisturbata sul prato dell’Olimpico, incoraggiata dalla folta schiera dei suoi tifosi presenti nella nord. I tifosi romanisti, ancora una volta accorsi in massa allo stadio, hanno visto invece la propria squadra vagare, annaspare, una difesa traballante che faceva acqua da tutte le parti, un centrocampo rabberciato con giocatori adattati, chiamati a ricoprire ruoli non loro, un attacco che non attaccava. Talvolta l’hanno vista irrisa dai continui torelli nerazzurri e incapace a catturare una palla, che fosse inattiva o no. Hanno visto i giocatori giallorossi, specie quelli che passano per calciatori di qualità, fare delle cose che si vedono raramente anche tra i ragazzini dei campionati esordienti: tirare la maglia dell’avversario, sgambettare platealmente, protestare inutilmente, con il risultato, scontatissimo, di beccarsi cartellini gialli. I nerazzurri? Li abbiamo visti fare pressing in pieno extra time, sul 3-0 a favore dell’Inter, a fronte dei continui e noiosissimi cincischiamenti senza senso dei padroni di casa: un mantra di passaggi e passaggetti nella propria trequarti, molti dei quali sbagliati, che non portavano a nulla, non proponevano la benché minima trama di gioco.

Chi fosse arrivato allo stadio a triplice vantaggio nerazzurro già acquisito e avesse chiesto quale fosse il punteggio, non avrebbe potuto crederci: ma come, i nerazzurri stanno vincendo 3 a 0 e pressano, mentre i giallorossi, con tre reti sul groppone, stanno lì, rincantucciati nella loro metà campo come se dovessero gestire un vantaggio, anziché mettercela tutta per rimontare il pesante passivo? Forse quei falli di cui sopra segnalavano che la condizione psico-fisica dei romanisti non fosse al top? Mah, questa non può essere una motivazione, né può giustificare o attenuare la squallida performance giallorossa, perché, come insegnano precedenti occorsi in tantissime partite di calcio, si può restare in campo e portare a termine una partita con dignità pur avendo una condizione psico-fisica meno brillante dell’avversaria.

Di certo, se essa esplodesse nelle prossime partite non consentirebbe alla Roma di competere con le altre aspiranti alle coppe. Si vince e si perde in undici, perciò non vogliamo entrare nel merito delle singole performance. Scevra da noi qualsiasi velleità polemica, tra i responsabili della prova a dir poco indecorosa dei giallorossi, tale comunque, nella sua infingardaggine, da sfiorare la mancanza di rispetto per tutti, non solo per i tifosi, includiamo la squadra tecnica: forse la panchina è troppo lontana dal campo? Potrebbe darsi. Fuori di battuta, più seriamente, tecnico e collaboratori si prendano il loro carico di responsabilità nella sconfitta e facciano tesoro di questa esperienza negativa.

Tra le cause degli ormai frequenti tracolli giallorossi, compreso quello con l’Inter, naturalmente, ci potrebbe essere l’utilizzo di giocatori in ruoli non loro, adattamenti che, molte volte sfociando nell’empirico, finiscono per generare caos tattico, se non proprio confusione, involontariamente, s’intende. Più volte, durante la partita, da parte giallorossa abbiamo visto indirizzare palloni verso i compagni marcati anziché verso chi, liberissimo, si trovava nella possibilità di puntare a rete: mancanza di lucidità che deriverebbe da… cosa o altro? Andando a valle, forse la sconfitta con l’Inter potrebbe aver aperto gli occhi sul reale valore di questa squadra, nel senso che qualcuno potrebbe essersi accorto che il livello della sua qualità non è poi così alto. Forse nel parco giocatori della Roma non sono pochi i sopravvalutati.

Tuttavia, ci torniamo su, chi ha alle spalle oltre mille panchine, dovrebbe prendersi la giusta parte di responsabilità nella sconfitta, non lasciarsi andare a dichiarazioni come quella rilasciata nel post-partita, della quale ne citiamo una parte con beneficio d’inventario: ho avuto contrasti con altri giocatori in altre squadre che ho allenato, ma con questi (con i giocatori della Roma, ndr) non ci riesco ad arrabbiarmi. Parole illuminanti, delle quali diamo una nostra libera interpretazione: Mourinho potrebbe avere fatto intendere che la Roma vera è quella vista oggi: sì, nella rosa ci sono giocatori bravi, ma quanto a squadra, beh, quello è un altro discorso.

Il che, facendo il paio con quanto dichiarato in altra occasione - ne riportiamo il senso ‘questa non è una squadra costruita per giocare in questo modo’ - suonerebbe come un prendere le distanze dal tracollo con l’Inter, del quale invece, in quanto allenatore, è senz’altro corresponsabile, naturalmente per la parte che gli compete. Il settimo posto dello scorso anno, strappato all’ultima giornata all’ottimo Sassuolo, pur avendo permesso alla Roma di entrare in Europa, era stato giudicato deludente dalla Proprietà.

Per questa stagione, l’obiettivo era trapelato da tempo: minimo, il quarto posto, posizione che avrebbe consentito alla Roma di partecipare alla Champions League. A questo scopo avevano preso il via le grandi manovre: via Fonseca, giudicato inadeguato e dentro Mourinho, poi, ancora, dentro Pinto in qualità di manager-uomo mercato.

L’arrivo dell’allenatore portoghese aveva rassicurato i tifosi sulla serietà delle intenzioni dei proprietari, e aveva dato loro la certezza che, nelle battaglie dei trasferimenti, il carisma di cui gode a livello internazionale avrebbe fatto il resto, cioè sarebbe stato decisivo nelle scelte dei giocatori: ‘no, grazie, preferisco la Roma perché è allenata dal grande Mourinho, eccetera eccetera’. Sta di fatto che il calciomercato ha portato alla Roma il portiere, nazionale portoghese, Rui Patricio, ottimo arrivo, l’uruguaiano Vina, discreto difensore esterno che fino al suo arrivo nelle capitale erano in pochi a conoscere, e infine Tammy Abraham, attaccante inglese fortemente voluto da Mourinho, che tuttavia sembra ancora al warm-up. In definitiva, con tutto il rispetto per i nuovi arrivati, quello della Roma è sembrato un mercatino dei saldi, di quelli fatti tanto per fare. In quella sede, la Società non ha affondato i colpi, cosa che invece sarebbe stato necessario fare per portare in giallorosso nomi forti.

Così, ad inizio campionato, la Roma si ritrova con un famosissimo allenatore, carico di glorie calcistiche, che ha ai suoi ordini una rosa composta, più o meno, dagli stessi giocatori della scorsa stagione, con l’aggiunta dei tre nuovi, già citati, bravi ragazzi. In uscita, invece, oltre a giocatori in scadenza di contratto, diversi ragazzi della Primavera che avrebbero potuto dare una mano alla prima squadra, dirottati in altre direzioni.

Dei tre arrivati, uno era quasi indispensabile, viste le cantonate di chi lo aveva preceduto: Rui Patricio, il portiere, che sta dimostrando di essere non solo all’altezza, ma molto di più; l’altro, Abraham, necessario, chiamato a non far rimpiangere la partenza di Dzeko. Tuttora in fase di ambientamento, è del tutto evidente che presto la qualità dell’inglese, esploderà; quanto al terzo, Vina, uruguaiano, invece di essere il battistrada per l’arrivo di nuovi difensori, è andato ad aggiungersi al nutrito gruppo dei suoi colleghi di reparto, e non essendo impiegato con continuità, sembra essere stato destinato ad avere più che altro il ruolo di riserva.

Alla luce delle sberle rimediate qua e là, il rafforzamento della difesa doveva essere la priorità. Priorità che nel prosieguo era diventata assoluta, visto il grave infortunio occorso a Leonardo Spinazzola. Venendo al centrocampo, quello della stagione 2020-2021 era buono, sì, ma poco producente, con Pellegrini che praticamente faceva reparto da solo, sobbarcandosi il lavoro di regia, di trequartista e di seconda punta, un po’ troppo si direbbe, e mancando lui, a turno Veretout e Cristante si improvvisavano pivot, peraltro ben coadiuvati da Villar e Mkhitaryan, con risultati non proprio entusiasmanti.

Perché, ben sapendo di un centrocampo bisognoso di mezzali vere, non si è provveduto alla bisogna ingaggiando una mezzala di ruolo, invece di continuare ad andare avanti con mediani adattati? Un mediano è un mediano, e la Roma ha buoni mediani, ma finisce lì. Cercare di adattare un mediano, il cui compito è, in primis, quello di spezzare le trame avversarie, al ruolo di mezzala, che invece ha quello di inventare gioco o quantomeno dettare i movimenti della squadra, fare da metronomo, è un po' rischioso. Sebbene, al tempo dei trasferimenti, di registi e pivot in giro ce ne fossero, tuttavia alla Roma non ne è arrivato neanche mezzo.

Neppure Lorenzo Pellegrini - assente contro l’Inter, lo citiamo a mo’ di esempio - può essere definito un regista in senso classico, nonostante il suo smisurato talento e la sua immensa classe gli permettano talvolta di adattarsi a quel ruolo, consentendo così alla squadra di supplire alla mancanza di quella figura. Di fatto, la squadra giallorossa non ha punti fissi di riferimento in quella zona così nevralgica del campo. Infine, l’attacco: se lo scorso anno Dzeko, unica punta, sempre marcato stretto da due, tre avversari, alla fine ha reso molto meno di quanto era nelle sue potenzialità, perché, andato via lui e ben sapendo che con una punta ci giocano in prevalenza squadre catenacciare, oltre ad Abraham non è stato fatto arrivare un altro attaccante esperto, di livello europeo, magari pescando non necessariamente solo oltralpe? Le performance fornite dall’inglese fino a questo punto del campionato non sembrano pareggiare il grande clamore con il quale è stato accompagnato il suo arrivo alla Roma, e l’altro attaccante, Shomurodov, proveniente dal Genoa, per il momento va giudicato rivedibile, visto che, forse a causa di un ambientamento che tarda ad arrivare, non ha ancora dimostrato di essere una punta da Roma.

In sostanza, si è pensato più a fare il colpo in attacco che non ad allestire una nuova difesa, nonostante fossero in molti a pensare che, visto il gran numero di goal da polli incassati dalla difesa nello scorso campionato, in quel settore ci sarebbe stata una rivoluzione, ed a rinforzare il centrocampo, vista la scarsa produzione di gioco espressa nella scorsa stagione? Alla Roma sono arrivati in tre, ma ne servivano, ne servirebbero, almeno altri quattro.

E infine, se si voleva sfoltire la rosa, perché non aiutare i giocatori che non si volevano più utilizzare a sistemarsi altrove anziché considerarli come materiale ormai inservibile, relegandoli ad allenarsi fuori del gruppo e, a coronamento della defenestrazione, inviare loro una lettera di ‘commiato’ che praticamente li invitava a non farsi più vedere a Trigoria? Quel comportamento non è stato dei più eleganti e nei giocatori non giubilati potrebbe avere creato qualche malumore e apprensione per il loro futuro. Ma poi, alla fine, come potevano, in Società, essere così sicuri che quei giocatori considerati esuberi prima o poi non sarebbero serviti? A riguardo, non mancano esempi di calciatori che, scaricati da una società hanno vinto coppe dei campioni in un’altra. Sorprendentemente o paradossalmente, se si preferisce, nonostante l’arrivo dei tre ‘rinforzi’, comparando la classifica della 16ma giornata del campionato in corso con quella dello scorso anno, si scopre che la Roma ha 25 punti, contro i 33 della passata stagione.

Da cosa potrebbe dipendere, secondo voi ?                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

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