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Italia-Spagna partita tosta (5-3 dcr), ma gli azzurri sono in finale

Battuta ai rigori una fortissima Spagna

printDi :: 07 luglio 2021 17:40
Italia-Spagna partita tosta (5-3 dcr), ma gli azzurri sono in finale

(AGR) ITALIA (4-3-3) Donnarumma; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini , Emerson Palmieri (dal 74′ Toloi); Barella (dall’85’ Locatelli), Jorginho, Verratti (dal 74′ Pessina); Chiesa (dal 107′ Bernardeschi), Immobile (dal 61′ erardi ), Insigne (dall’85’ Belotti ). All. Roberto Mancini.                                                                                                                                         

SPAGNA (4-3-3) – Unai Simón ; Azpilicueta (dall’86’ Marco Llorente), Laporte, Eric García (dal 109′ Pau Torres), Jordi Alba; Busquets (dal 105′ Thiago), Koke (dal 70′ Rodri), Pedri; Dani Olmo, Oyarzabal (dal 70′ Gerard Moreno), Ferran Torres (dal 62′ Morata). All. Luis Enrique.                                                                                                                

ARBITRO: Felix Brych (GER). RETI: 60′ Chiesa (I), 80′ Morata (S). AMMONITI: Busquets (S), Toloi (I), Bonucci (I).

All’entrata in campo e poco dopo agli inni, ci eravamo accorti di quale e quanta tensione aleggiasse sui volti dei ventidue. Ma tra quella dei ragazzi spagnoli e la nostra c’era differenza: loro non riuscivano a nasconderla, visto che probabilmente gli era arrivata alle stelle. Nemmeno il mitico Busquets riusciva a sottrarvisi.

Noi, invece, eravamo sì tesi, si vedeva che avevamo capito l’importanza della gara, ma eravamo consapevoli di non essere al vincere o morire. In fondo, il calcio è pur sempre un gioco, e vorremmo che rimanesse sempre tale, e se la partita non fosse andata come si sperava… beh, pazienza: scrollata la delusione, sarebbe rimasta la certezza che l’Italia era rientrata a pieno titolo nell’elite del calcio.

Si sapeva che la Spagna, con i suoi fuoriclasse, il suo gioco, era perfettamente in grado, purtroppo per noi, di crearci difficoltà, che i suoi funambulismi, le sue irresistibili giocate in velocità (non è così che è arrivato il goal del pareggio?), la sterminata varietà dei suoi schemi le avrebbero permesso di imbrigliare qualsiasi manovra azzurra e di prosciugare le fonti del nostro gioco, magari di rinchiuderci nei 25, 30 metri della nostra trequarti difensiva, un’angusta enclave che di minuto in minuto sarebbe stata lì lì per cadere.

Ad attenuare i foschi presagi di sventura della vigilia, alimentati dai cosiddetti esperti nostrani - gente che ripete le stesse cose da decenni e passa, non azzeccandone mai una, purtroppo avendo però un microfono e una telecamera a disposizione per sproloquiare di calcio, gonfiando a dismisura meriti e valore di squadrette e giocatorini che le nostre squadre o la nazionale si trovano ad incontrare - confortava il fatto che, pur con i suoi punteggi larghi, la Spagna non era apparsa così irresistibile come ai tempi di Del Bosque.

Peraltro, anche loro stanno cambiando pelle e il passare da un tipo di gioco ad un altro non è un percorso facile. Naturalmente, però, tutto questo non poteva bastare. Certo, erano elementi favorevoli per noi, ma il blasone è blasone e la Spagna ne ha proprio tanto. Ai nostri, dunque, si imponeva una condotta di gara assolutamente non rinunciataria, perché questa era una partita da dentro o fuori, era la partita-consuntivo di tutto ciò che questa nazionale aveva fatto fino ad allora.

Roberto Mancini doveva giocare questa partita in modo diverso. Se si voleva arrivare alla finale, bisognava essere tatticamente accorti, mettendo da parte quel po’ di spavalderia e disinvoltura messe in campo nelle precedenti performance.

Non che l’Italia dovesse farsi piccola piccola di fronte alla grande Spagna: più che altro era il tipo di squadra che ti trovavi davanti adesso che non ti avrebbe permesso spregiudicatezze tattiche. Era su questi binari che l’Italia doveva cercare di incanalare la gara.

Dopo il vantaggio, teniamo. Abbiamo avuto anche la possibilità del raddoppio, opportunità che, se colta, avrebbe sicuramente chiuso la partita, con la conseguente non disputa dei tempi supplementari e della lotteria dei calci di rigore e un infinitamente minor consumo di xanax e cardicor, favorendo invece sogni sereni per milioni di nostri connazionali, residenti e aggregati a vario titolo così, dopo un primo tempo equilibrato, ben giocato da entrambe, con Donnarumma che salva la rete italiana da un destro a botta sicura di Olmo, e una traversa di Emerson, le squadre si ripresentano in campo decise a evitare supplementari e calci di rigore. Con nessuna delle due che acquisisce l’effettivo e duraturo predominio territoriale, la gara scivola via tra temi di gioco e conclusioni senza esito da una parte e dall’altra.

In questa parte di gara, in evidenza Busquets prima e Chiesa dopo con iniziative che non hanno fortuna. Finalmente, a spaccare la partita ci pensa Chiesa, al 61’, a conclusione di una veloce azione di contropiede partita da Donnarumma, pallone a Insigne che cercava Immobile che, contrato da Garcia, poteva poco e così l’azione italiana sembrava sfumare, invece sul pallone irrompeva Chiesa che fulminava Unai Simon con un pallone a girare carico d’effetto.

Un goal bellissimo, da antologia. Da quel momento, ma qualcosa aveva fatto anche prima, gli iberici montavano in cattedra fino al raggiungimento del pareggio, all’80’ con Morata che infila dopo dialogo con Olmo (ottima la prova di questo ragazzo).

Non sazia, e non poteva essere altrimenti, la Spagna cerca di chiuderla definitivamente, senza riuscirci. È andata bene e menomale! E ditemi, amici lettori, se poi, dopo tutta la tensione accumulata, ciliegina sulla torta i calci di rigore che a partire dalle 23.30, con i palloni che via via gonfiavano ora la porta spagnola ora la nostra, producendo ulteriori, e per certi versi spietate, scariche di adrenalina che andavano aggiungendosi al già ormai incontrollabile pathos, quanti di voi sono riusciti a sedare con poche ore di sonno ristoratore, quell’uragano di emozioni arrivato prima, durante e dopo il rigore di Jorginho.

La luna alta nel cielo, un caldo terrificante dalla Vetta d’Italia a tutta la penisola e isole, toccava a Jorginho il compito di mandarci in paradiso o all’inferno. Il ragazzo andava piazzando il pallone sul dischetto, sul suo viso tutta la tensione di un popolo! Tira, non cercare finezze! Sbattila dentro e basta! Il grido, silenzioso ma disperato, arrivava da sessanta milioni di cuori. Ma Jorginho non perdeva la testa, non calciava come raccomandavano quelle silenti preghiere, non agiva d’istinto, calciava e mentre Unai Simon si tuffava a destra, il pallone si infilava alla sua sinistra: era il suggello della nostra rinascita calcistica. Quanto avverrà nella prossima gara, la finale, è nelle mani del fato. Noi possiamo solo urlare: forza Azzurri, andate a vincere, ce la potete fare!                                                                                                                                                          

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