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La via del grano.... da Ostia a Roma

print22 ottobre 2019 15:26
La via del grano.... da Ostia a Roma
(AGR) L'esposizione iniziata lo scorso 1 ottobre (si concluderà il 10 novembre), ospitata nel museo ostiense all’interno del parco archeologico di Ostia Antica, si differenzia da quelle dei mesi precedenti perché non presenta una selezione di una classe omogenea di materiali (gli affreschi, i bronzi, gli avori), ma è incentrata su una serie di reperti di materiale, forma e funzione differenti, che ruotano intorno a un tema comune, quello del grano, che ha un ruolo centrale nella storia di Ostia.

Obiettivo dell’esposizione, infatti, è quello di guidare il visitatore, attraverso pochi ma significativi oggetti d’uso comune, alla scoperta dell’importanza che il grano rivestiva all’interno dell’economia e della società ostiense, suggerendo un itinerario di visita ai numerosi edifici disseminati nell’area archeologica, più o meno noti, destinati all’immagazzinamento del grano, ma anche alla trasformazione e alla vendita dei prodotti derivati. Lo sviluppo demografico, economico e urbanistico di Ostia è strettamente legato al ruolo che essa svolse, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale, come punto di approdo e smistamento delle importazioni di grano che raggiungevano Roma dalle province del Mediterraneo occidentale.

Il grano era destinato principalmente ad alimentare le distribuzioni gratuite che il governo centrale garantiva ai cittadini romani (frumentationes); seppure esercitato in larga parte da imprenditori privati, il commercio del grano si svolgeva sotto l’attento controllo del praefectus annonae, altissimo funzionario di nomina imperiale, alle cui dipendenze operava, dall’età traianea, un funzionario locale di rango inferiore che portava il titolo di procurator annonae Ostiae et in portu.

Il grano veniva stivato nei capaci magazzini ostiensi, la maggior parte dei quali era disposta nell’area compresa tra il Decumano e la banchina fluviale, in modo da garantirne una più rapida e agevole accessibilità dal fiume. L’eccezionale densità e capienza dei magazzini ostiensi, generalmente del tipo con corte a quadriportico centrale circondata da ambienti (cellae) per lo stoccaggio dei prodotti, era legata al fatto che Ostia serviva da deposito annonario di Roma.

Tra i magazzini ostiensi erano certamente destinati all’immagazzinamento del grano i Grandi Horrea, il Piccolo Mercato e gli Horrea Antoniani, come attestano la particolare configurazione dei pavimenti delle cellae, sopraelevati su suspensurae (pilastrini in mattoni), che servivano a mantenere il grano areato e isolato dall’umidità del terreno.

Non tutto il grano che veniva immagazzinato ad Ostia era tuttavia destinato a sopperire ai bisogni dell’Urbe, come attesta la presenza sia di numerosi depositi di minori dimensioni sia, soprattutto, delle panetterie (pistrinae) con forni e botteghe annesse. Particolarmente ben conservato è il Molino del Silvano, che sorgeva di fronte ai Grandi Horrea ed era a esso direttamente collegato: vi si conservano le macine, costituite da due elementi in pietra lavica di forma rispettivamente conica (meta) e di forma svasata (catillus), che veniva fatto girare grazie alla trazione animale, come documentato da un realistico rilievo fittile proveniente dalla Tomba 78 della Necropoli di Isola Sacra esposto in mostra. All’interno dell’edificio si svolgeva l’intero ciclo di produzione del pane, come attesta la presenza di vasche per impastare e di un grande forno per la cottura, oltre che di botteghe destinate alla vendita del pane prodotto.

All’attività dei fornai (pistores) possono essere ricollegati gli stampi in terracotta di III secolo d.C. forse utilizzati per la produzione di focacce lievitate o dolci crudi, distribuiti o venduti durante gli spettacoli, come suggerito dalle scene rappresentate. I tre stampi esposti in mostra (dei 400 rinvenuti a Ostia nel Caseggiato dei Dolii), accompagnati dai calchi realizzati in epoca moderna, raffigurano rispettivamente un cinghiale, una donna distesa su un letto (kline) e un personaggio seduto con maschera comica e, infine, una scena del mito dei Sette contro Tebe tratta forse da "Le Fenicie", una perduta tragedia di Euripido.

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