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La politica giovanile

print30 maggio 2008 16:34
(AGR) Talvolta ci si interroga sulla vera identità di coloro che qualche impegnato in politica etichetta come "acquiescenti", o detto più esplicitamente come "reazionari". Individui cioè, secondo il loro punto di vista, scarsamente inclini alla fruizione dell'informazione politica, inconsapevoli del fatto che ciascun cittadino deve far sentire la propria voce in contrappunto con il coro dei paladini della "posizione".

Già, come se ciascun individuo dovesse essere catalogato, impacchettato ed etichettato come rientrante in una certa fascia ideologica, sia in termini di schieramento che di partecipazione. Guardare l'evoluzione della realtà politica italiana dal chiuso della propria camera da letto, attitudine che suona assai indisponente per i militanti fautori di una concezione imperativa della "posizione", può anche essere un modo alternativo per partecipare politicamente senza dover necessariamente adire e infine ricoprire cariche di rilievo nazionale.

Non sempre è possibile prescindere da qualcosa che si diversifica in maniera determinante dalla posizione, cioè la consapevolezza. E consapevolezza significa anche "impotenza", come pure, parallelamente nozione dei propri limiti... bacchetta rabdomantica utile per poter godere di una panoramica delle cose più vasta eppure circostanziata a seconda delle ubicazioni delle fonti... e che molti teorici dilettanti della strategia della compensazione selvaggia - della serie "ti senti schiacciato? rompi il culo!!! - vorrebbero sostituire con la autoconvinzione di onnipotenza! Quali possono essere a questo punto gli ambienti in cui si radunano gli invasati della posizione e dell'onnipotenza d'azione politica? Magari, a questo punto, potessero essere, per chi ama pensarlo, solo e unicamente i centri sociali.

Luoghi, questi, che comunque raccolgono una certa varietà di soggetti, non necessariamente ribelli al sistema, e che a costo di evitare ogni forma di mediazione diplomatica delle proprie esigenze familiari e sociali con chi gestisce economicamente e psicologicamente la propria esistenza, passerebbero tutta la propria vita a sognare utopie, e spesso tristemente avvolti da un perenne nugolo di fumo abbandonati al muro di un pub ghettizzato di periferia – non si vuole far morale o ledere il modus vivendi di nessuno che si impegni in questo senso, anzi… Tra chi propugna simili posizioni, e di conseguenza, c’è qualcuno che addirittura sostiene, non certo per esperienza diretta, che la rivoluzione dei costumi di quarant’anni fa ha creato anche effetti collaterali, in termini, probabilmente, di oziosità, lassismo, passività culturale ed esistenziale.

Ne siamo completamente sicuri? Probabilmente i nostalgici di un vecchio mondo, o almeno chi si immerge in questo atteggiamento per averlo visto ed essersene immedesimato per altre intime esigenze, vedrà collidere la propria concezione di libertà di vita con l’arbitrarietà d’azione del sistema. Ma la società dei consumi, la “cultura del supermercato”, secondo le parole di Bauman, propone – ma con quanta discrezione, poi? – un’altra concezione di “libertà”; quello di scegliere il prodotto, fra i tanti esposti su un reparto di supermercato – e non il modus vivendi – che si addice maggiormente con le proprie aspirazioni, per credersi rinati, realizzati, accettati. Eppure c’è chi ancora non vuole accettarsi come tale, onde prenderne coscienza, e per agire maturamente contro un plagio che dura dalla tenera età, tra i nostri giovani nostalgici.

C’è ancora chi vuole credere che i giovani ancora scendono in piazza per annientare il proprio simile spinto da un atavico istinto di sopravvivenza, chi per non finire nelle mani dell’imperialismo americano e di un golpe ordito con la collusione delle forze di destra, chi per non soccombere sotto la cappa plumbea del socialismo reale in piena stagnazione, e in pieno disperato tentativo di neutralizzarla; che i giovani abbiamo coscienza non solo di classe ma soprattutto della propria posizione, e profondo coinvolgimento in seno al sistema – e in virtù di ciò o si ribellano oppure si adeguano.

Ci sono ancora in giro molti contestatori pronti a difendere i propri diritti, con la stessa taurina propositività di trenta – quarant’anni fa. La delittuosa tragedia perpetuatasi nel G8 di Genova lo dimostra. Ma c’è chi ancora riveste il ruolo di veri e propri acquirenti di simboli e mode, con ciò svalutando la “fase ludica” dell’interesse per la politica, naturalmente nella sua accezione più costruttiva se ne trovano esempi anche nei collettivi universitari e nelle sezioni giovanili di partito. Ed è a quel punto che ci si comincia a domandare sull’entità effettiva della situazione. Soprattutto se i collettivi universitari sono legati con le frange più estremiste dell’apparato partitico nazionale.

La prima domanda da porsi è: quanto fanno sul serio questi giovani? E la seconda: perché, ammessa l’effettiva serietà del loro operato, la stragrande maggioranza delle organizzazioni politiche giovanili tendono nonostante il bagaglio culturale e soprattutto esperienziale presumibilmente acquisito nel corso di studi, alle velleità più superficiali e minimaliste piuttosto che alla concezione di un'entità creativa ed effettivamente operatrice?>

Non è sempre giusto affermare che l'estrazione sociale determina necessariamente un orientamento di partito in termini di soddisfazione di esigenze; come non sempre è giusto affermare che la promozione della cultura debba precedere nelle classi meno agiate il miglioramento delle disponibilità economiche - non è umanamente possibile!!! Eppure, strano a dirsi, sovente i giovani militanti politici di sezione non sembrano sempre propensi ad impegnarsi ad un'azione politica di vasto respiro, presi come sono, soprattutto negli schieramenti progressisti, da un sacro fuoco di ribellione contro quello stesso “ceto medio” – per rendere più esplicito ed icastico il discorso - ai cui rappresentanti loro genitori battono puntualmente cassa per soddisfare la propria fame di dottrina fine a sé stessa.

Molte sono le polemiche, risolvibili fattualmente anche con alterchi e risse, che vengono indirizzate a tali organizzazioni per l'inadempienza pratica dei loro progetti, e per l'inconsistenza, spesso corredata di monocordia, dei dibattiti alla cui partecipazione viene attratta molta gente con il pretesto di cene gargantuesche - mica male per come si identificano! I giovani iscritti alle sezioni di partito, e quindi anche gli studenti che aderiscono e operano in seno a collettivi universitari, come s’è già detto, dovrebbero, secondo il parere di soggetti di non trascurabile rilievo, avere attenuato, diciamo così, il “radicalismo” di certe loro posizioni, sia nel contenuto sia nella manifestazione fattuale di esse in sede di militanza. Spesso, però lasciano libero spazio alla sola sospirosa polemica, senza ancora saper distinguere ciò che possono modificare con le proprie mani e in sinergia con i propri pari e ciò a cui devono adeguarsi.

La parola d’ordine è “cambiare il mondo”: una giustificazione, forse con un pizzico di romantico idealismo, della pigrizia nella quale versa un tipo di esistenza sin dai primi suoi anni immersa nel linguaggio primitivizzante e mistificatorio della società dei consumi. FABRIZIO RUDI

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