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JOE BIDEN E KAMALA HARRIS: DUE TOP PLAYER GUIDERANNO LA NUOVA AMMINISTRAZIONE USA

SPERANZE E AUSPICI DALLA NUOVA PRESIDENZA USA

printDi :: 24 gennaio 2021 12:01
JOE BIDEN E KAMALA HARRIS

JOE BIDEN E KAMALA HARRIS

(AGR) Con l’insediamento del nuovo presidente, negli Stati Uniti e di riflesso nel mondo, si apre una nuova stagione politica. È opinione diffusa che, tanto in politica interna quanto in quella estera, gli Stati Uniti volteranno definitivamente pagina.

Sono almeno due i segnali, fortissimi e incontrovertibili, che danno la certezza del cambiamento di rotta da parte della nuova amministrazione e provengono entrambi dalle sue due figure più rappresentative: il presidente, Joseph Robinette Biden, universalmente conosciuto come Joe Biden, e la vicepresidente, Kamala Harris, prima donna ad assurgere a quella prestigiosissima carica.

Edificante, pieno di speranza e di ottimismo, di voglia di fare, ma senza riferirsi esplicitamente a questo o quel paese, a questo o quel personaggio politico, nel suo discorso Joe Biden ha più volte lasciato trasparire la volontà dell’ amministrazione da lui presieduta di superare le contraddizioni tuttora presenti nella società statunitense, risolvere dispute e controversie internazionali, appianare i contrasti, porre fine alle tante guerre che qua e là nel mondo continuano a mietere vittime e a spargere lutti e dolore, salvaguardare e migliorare l’ambiente, cercando di portarlo e mantenerlo ai migliori livelli di vivibilità.

Obiettivi da centrare con il dialogo tra le parti, le aperture alle istanze, il negoziato.

Di fatto collocandosi agli antipodi delle politiche della precedente amministrazione, con ogni probabilità il discorso di Joe Biden ha raccolto consensi anche tra coloro che non l’hanno votato, ma soprattutto negli establishment europei; in buona sostanza, prende nettamente le distanze da quello che, per comodità mediatica, è stato definito ‘trumpismo’: sganciamenti di bombe (Afghanistan, 13 aprile 2017. "Una fiammata accecante seguita da qualcosa di molto simile a un terremoto" fu definita da testimoni oculari. ndr), guerre economiche a UE e Cina che in piena economia globale non hanno alcuna ragion d’essere, inopportuni spostamenti di ambasciate, serviti solo ad offendere le altre religioni monoteistiche, infine, ma probabilmente non di secondaria importanza nella scala delle sue priorità, l’edificazione del muro, opera del tutto anacronistica alla cui realizzazione sicuramente non verrà dato seguito, che, correndo lungo tutto il confine con il Messico, avrebbe dovuto sbarrare l’ingresso negli U.S.A. alle masse dei clandestini e ai corrieri della droga provenienti da quel paese.

Il discorso di insediamento di Joe Biden mostra, nei suoi contenuti, la voglia di uscire definitivamente dalle paludi in cui sono stati cacciati gli USA dalle iniziative di politica estera e interna baldanzosamente portate avanti dalla precedente amministrazione in nome del "make America great again", lo slogan che a suo tempo accompagnò la campagna elettorale di Trump, cui l’ex presidente è rimasto sempre "fedele", e annunciate ai quattro venti, quasi sempre a cose fatte, per vie mediatiche o con astiose dichiarazioni. Stando allo spirito del messaggio consegnato urbi et orbi dal nuovo presidente, conseguentemente, quindi, allo spirito di apertura e dialogo che caratterizzerà le politiche U.S.A., nell’agenda Biden e Harris non troveranno posto disinvolte iniziative "alla Trump".

Si è capito che, in politica estera, la nuova amministrazione non guarderà più gli alleati dall’alto in basso, eventualmente considerandoli solo pedine da impiegare per non sforare budget, ma, piuttosto, alleati e partner con i quali dialogare, magari recependone concretamente consigli e istanze, di fatto instaurando un sano rapporto di cooperazione. Gli auspici di tutti coloro che amano la pace e la fratellanza tra i popoli, vogliono che Joe Biden e la sua squadra realizzino quanto dichiarato a braccio dal neo presidente nel suo discorso di insediamento. Il secondo segnale, fortissimo, che la presidenza Biden sarà ben altra cosa rispetto a quella di Trump, è arrivato dall’elezione della signora Kamala Harris alla vicepresidenza degli USA, prima donna nella storia a ricoprire quella carica ("ma non sarò certo l’ultima" commenterà a precisa domanda). La neo vice presidente presenta credenziali di tutto rispetto - terminati gli studi (specializzazioni in scienze politiche ed economia e in legge), svolge la sua carriera nell’ambito del sistema giudiziario e nel 2010 diventa procuratrice generale della California - che. insieme alla tanta esperienza acquisita, aiuterà la squadra presidenziale nello svolgimento del mandato. Che non sarà lì a fare da damigella d’onore lo ha già fatto capire nel suo discorso, del quale ne riportiamo uno dei passi più significativi: citando John Lewis (deputato statunitense della Georgia e uno dei principali esponenti del movimento dei diritti civili nella metà del Novecento, mancato lo scorso anno. ndr) "la democrazia non è uno stato, è un atto", la neo vice presidente ha dichiarato: "E quello che voleva dire era che la democrazia americana non è garantita. È forte solo quanto la nostra volontà di lottare per questo. Per custodirlo e non darlo mai per scontato. E proteggere la nostra democrazia richiede lotta. Ci vuole sacrificio, ma c’è gioia e c’è progresso, perché noi, le persone, abbiamo il potere di costruire un futuro migliore. E quando la nostra stessa democrazia era al ballottaggio in queste elezioni, con l’anima stessa dell’America in gioco e il mondo a guardare, avete inaugurato un nuovo giorno per l’America...". Autentico inno alla democrazia, molti osservatori ci hanno visto evidenti riferimenti a quanto accaduto a Washington nei giorni precedenti l’insediamento presidenziale, e la precisa condanna per chi ha contribuito, con parole e comportamenti, all’accadimento di quei fatti. Il discorso di commiato di Donald Trump ha mostrato marcate tracce di livore malamente dissimulate da un "auguro successi alla nuova amministrazione" di maniera, probabilmente impostogli dai suoi ghost writer. Era largamente prevedibile che Trump, tanto per non farsi mancare niente, inzeppasse, inopportunamente, la sua ultima arringa con i consueti auto-incensamenti e alimentasse speranze di un suo ritorno tra coloro che l’hanno votato, evento il cui accadimento, secondo l’ormai ex presidente, dovrebbe verificarsi neanche tanto in là nel tempo. Resta da capire se e quanto i collaudati meccanismi di tutela della democrazia USA permetteranno a lui e alle sue sparute frotte di "village people" che hanno animato la sommossa di Washington di mettere in atto quel "ritorneremo in un modo o nell’altro", parole che, più che una minaccia, appaiono patetiche elucubrazioni senili che presto verranno seppellite dalla luminosa stagione di progresso e cooperazione che sta per aprirsi negli USA e nel mondo. Auguri di buon lavoro, presidente Biden, a Lei e alla sua squadra! 

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