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Arresto cardiaco, necessaria una cultura della rianimazione, per insegnare il primo soccorso e sostenere chi aiuta

In Italia solo il 48% delle persone sarebbe disposto a intervenire in caso di arresto cardiaco e più della metà ritiene di aver bisogno di supporto psicologico dopo il soccorso. Lo rileva una ricerca che sottolinea la necessità di promuovere una più ampia cultura della rianimazione cardiopolmonare

printDi :: 17 giugno 2026 23:35
Foto di succo da Pixabay massaggio cardiaco

Foto di succo da Pixabay massaggio cardiaco

(AGR) L’impatto di un arresto cardiaco non riguarda solo chi ne è colpito: anche i soccorritori possono sperimentare un carico emotivo significativo. In Italia, solo il 48% della popolazione sarebbe disposto a intervenire e, tra queste persone, il 52% teme che, dopo il soccorso, potrebbe vivere un forte disagio psicologico e sentire il bisogno di confrontarsi con qualcuno per elaborare l’esperienza.

Un’evidenza che, secondo Italian Resuscitation Council (IRC), rende necessario integrare il supporto psicologico nelle politiche di formazione per promuovere una più ampia cultura della rianimazione cardiopolmonare. IRC è una società scientifica senza scopo di lucro iscritta nell’albo del Ministero della Salute che riunisce medici, infermieri e operatori esperti in rianimazione cardiopolmonare e che accoglie nel proprio Albo Istruttori associazioni grandi e piccole di operatori non sanitari impegnati nella diffusione delle manovre di primo soccorso (BLSD) alla cittadinanza. 

 
A fotografare la situazione è una ricerca realizzata per IRC dall’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e Università Cattolica[1], progetto sull’informazione consapevole nato nel 2023 dalla collaborazione tra Credem e Almed (Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore), che evidenzia come la dimensione emotiva legata all’intervento sia rilevante.

Il fenomeno emerge con maggiore intensità in alcune fasce sociali più esposte alla possibilità di trovarsi in situazioni di cura o responsabilità, come persone che hanno già assistito a un arresto cardiaco in famiglia (57%) o hanno avuto esperienza diretta di soccorso (57%). Anche molte donne (58%) e molti millennials (58%) indicano che avrebbero bisogno di parlare con qualcuno dopo aver prestato aiuto.

La stessa ricerca mostra un quadro critico anche sul fronte della preparazione tecnica: solo il 13% degli italiani conosce bene le procedure di soccorso per l’arresto cardiaco, mentre il 41% le conosce solo “a grandi linee” e il 46% non le conosce affatto.

Le difficoltà non riguardano solo cosa fare, ma anche le emozioni che possono frenare l’azione: la paura di peggiorare la situazione (56%), il timore di non essere all’altezza (42%), il panico (12%) e il timore di essere ritenuti responsabili in caso di esito negativo (15%). Per Italian Resuscitation Council (IRC) questi dati suggeriscono la necessità di una formazione che non sia solo tecnica, ma che aiuti i cittadini a costruire sicurezza, consapevolezza e fiducia.

Katya Ranzato, presidente di Italian Resuscitation Council (IRC), osserva: “Questi dati confermano che l’insegnamento delle manovre salvavita è essenziale, ma non basta: occorre promuovere una cultura che riconosca anche l’impatto emotivo dell’arresto cardiaco. La dimensione psicologica dei soccorritori e dei sopravvissuti e delle loro famiglie deve diventare parte della catena della sopravvivenza. Ogni cittadino può fare la differenza: prepararlo, sostenerlo e metterlo in condizione di agire con fiducia è la strada per salvare molte più vite e per restituire a quelle stesse vite un’esistenza di qualità. Dove la popolazione è più preparata sul primo soccorso, le probabilità di sopravvivenza a un arresto cardiaco possono triplicare e si possono ridurre gli esiti invalidanti che ne possono derivare”.

Accanto alla dimensione psicologica, la ricerca mette in evidenza anche un forte limite informativo sulla presenza dei defibrillatori automatici esterni (DAE) sul territorio. Solo il 37% della popolazione ritiene infatti che vicino alla propria abitazione (entro 500 metri) sia presente un DAE, mentre uno su cinque ammette di non averci mai fatto caso. Una consapevolezza che aumenta tra giovani, persone con maggiore istruzione e chi ha già ricevuto una formazione, a conferma del ruolo decisivo dell’informazione nel rendere i dispositivi più “visibili” e quindi più utilizzabili.

Sara Sampietro, coordinatrice Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e Università Cattolica, sottolinea: “L’Osservatorio Opinion Leader 4 Future ribadisce il proprio impegno nel promuovere un’idea di informazione come vero e proprio strumento di cittadinanza. In questa prospettiva, aumentare la diffusione di conoscenze sulle manovre e sui dispositivi di primo soccorso non è soltanto un obiettivo informativo e formativo, ma un passo essenziale per costruire una comunità più attiva, consapevole e contributiva. Una società che conosce le manovre di primo soccorso è una società più forte, più solidale e più capace di prendersi cura di sé stessa.”

“I dati emersi dalla ricerca dell'Osservatorio confermano che in determinate situazioni, come dover soccorrere una persona in arresto cardiaco, oltre alla conoscenza della tecnica siano necessarie consapevolezza e fiducia per superare la barriera della paura e dell’impatto emotivo. Sapere infatti che oltre la metà degli italiani teme il contraccolpo psicologico post-soccorso ci spinge a riflettere su quanto sia fondamentale una cultura dell’emergenza che prenda in considerazione anche il supporto umano – ha dichiarato Luigi Ianesi, responsabile relazioni esterne di Credem – in Credem crediamo che l'informazione e la formazione siano strumenti fondamentali per generare un impatto concreto nella società. Per questo motivo, abbiamo scelto di riaffermare e rafforzare il nostro impegno pluriennale nella divulgazione delle manovre salvavita. I corsi volontari sulla Rianimazione Cardio-Polmonare (RCP) e uso del defibrillatore che offriamo a dipendenti e collaboratori continuano a essere i più richiesti in azienda e sono una testimonianza concreta di come la conoscenza possa trasformare il timore in consapevolezza e l’esitazione in un aiuto tempestivo e decisivo per la collettività.”

L’urgenza di rafforzare competenze e sicurezza emotiva dei cittadini è ancora più evidente se si considera che ogni anno in Europa si stimano circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri, di cui 50.000 in Italia, ma solo nel 58% dei casi chi assiste interviene e appena nel 28% utilizza un defibrillatore, con una sopravvivenza media dell’8%. Ogni minuto senza intervento riduce del 10% le probabilità di sopravvivenza, rendendo ancora più chiaro come formazione, sostegno psicologico e accesso ai DAE siano elementi inscindibili nella costruzione di una popolazione davvero pronta a intervenire.

IRC (Italian Resuscitation Council) – società scientifica senza scopo di lucro, riconosciuta dal Ministero della Salute, che riunisce medici, infermieri e operatori esperti in rianimazione cardiopolmonare. Si occupa di ricerca e divulgazione scientifica, formazione e campagne di informazione, prevenzione e sensibilizzazione. IRC coinvolge medici di diverse discipline e infermieri attivamente impegnati nel settore della rianimazione cardiopolmonare intra ed extra ospedaliera. L’attività di IRC si integra con quella di analoghe associazioni italiane e straniere e in modo particolare con quella di European Resuscitation Council. IRC in media organizza ogni anno 10.000 corsi BLSD (Basic Life Support/Defibrillation) formando oltre 120.000 persone.

Osservatorio Opinion Leader 4 Future, progetto nato nel 2023 dalla collaborazione tra Credem e ALMED (Alta Scuola in media, comunicazione e spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) con l'obiettivo di contribuire al miglioramento della cultura informativa. L’iniziativa, che prosegue il lavoro realizzato nel triennio 2020-2022 da Opinion Leader 4 Future è giunta quindi al quinto anno di attività, ha conseguito nel complesso importanti risultati di divulgazione attraverso le attività di comunicazione e al lavoro di ricerca svolto dal team dell’Università Cattolica: 33 ricerche, oltre 30 workshop, quasi 20 mila persone intervistate e oltre 1200 articoli.

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