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Antonio del Greco, da superpoliziotto a scrittore, racconta Ostia

"La situazione attuale di Ostia è quella di tanti altri quartieri; etichettarla come una “città mafiosa” è surreale anzi, oserei dire orribile. Ho lavorato moltissimi anni alla Squadra Mobile, conosco i soggetti di cui si parla, non rappresentano questa città"

printDi :: 21 aprile 2021 18:21
Antonio Del Greco

Antonio Del Greco

(AGR) di Ginevra Amadio

Antonio Del Greco conserva con Ostia un legame strettissimo. Lo si avverte dal trasporto, dalla passione con cui ne parla. Una passione che si declina in rabbia, laddove persistono narrazioni scollegate dalla realtà: «Ostia ha avuto i suoi problemi, come tutti i quartieri, ma è un posto bellissimo, anzi: è più bello di altri». È un piacere parlare con quello che è stato, dopo i primi incarichi alla Questura di Milano, il dirigente della Omicidi di Roma. Un lungo cursus honorum nella polizia, ad altissimi livelli. Oggi direttore dell’Italpol, Del Greco ha trascorso trentotto anni in divisa seguendo, fra le altre cose, alcuni dei più celebri casi della Capitale: da Johnny lo Zingaro al Canaro, dal delitto di via Poma alla Banda della Magliana. E poi la passione letteraria, corroborata appunto dall’esperienza. Con Massimo Lugli, firma di cronaca nera de “la Repubblica”, ha pubblicato cinque libri, tutti editi Newton Compton: “Città a mano armata” (2017); “Il Canaro della Magliana” (2018); “Quelli cattivi” (2019); “Il giallo di via Poma” (2020); “Inferno Capitale” (2020).

Dottor Del Greco, ripercorriamo la sua storia, la parabola in polizia.

“Per tanti anni ho ricoperto il ruolo di investigatore in diverse questure: Milano, poi Roma, e in ultima istanza sono stato alla D.I.A., dunque a Napoli e Palermo. Quella di Roma è stata l’esperienza più lunga, avendo passato quasi dieci alla Squadra Mobile dove ho diretto diverse sezioni: dall’antiprostituzione, all’inizio, all’antirapina fino alla omicidi. La mia carriera si è dunque concentrata quasi esclusivamente sull’attività investigativa. Poi, con gli anni e le promozioni, ho diretto diversi commissariati romani: dal IV Distretto (San Basilio), al II (quello, fra l’altro, dello Stadio) sino al I Distretto in Piazza del Collegio Romano, il più importante d’Italia. Sono poi stato promosso Questore, ho effettuato vari spostamenti e in ultimo ho diretto la Polizia di Frontiera del Centro Italia occupandomi di porti e aeroporti – con sede a Fiumicino. Attualmente sono Direttore Operativo di Italpol Vigilanza”.

Da qui il desiderio di trasformare quest’esperienza – il coordinamento delle indagini su alcuni dei casi più ‘caldi’ della cronaca nera degli ultimi anni – in opere letterarie…

“Un giorno ho incontrato per caso Massimo Lugli, nei pressi della mia abitazione. Abbiamo iniziato a parlare, lui mi ha detto che scriveva – in qualità di giornalista e romanziere – e io gli esposto un’idea, il desiderio di realizzare un volume ‘diverso’, per certi versi divulgativo, legato alla mia esperienza. Mi sarebbe piaciuto inserire, nella rievocazione di certi indagini, particolari comici, lievi, quelli che sempre sussistono in contesti comunitari, in cui si lavora fianco a fianco. Il titolo, nei miei pensieri, sarebbe stato “Te la do io la polizia”. Massimo ne è rimasto affascinato e mi ha proposto di lavorare insieme, fondendo le nostre strade legate da un filo rosso (io poliziotto, lui cronista di nera). È seguito l’incontro con l’editore Newton Compton, per il quale lui aveva già pubblicato, e da lì ha preso avvio il progetto. Si è deciso di partire dalla mia storia, da cui il primo libro “Città a mano armata”, una raccolta di varie azioni che ho diretto, raccontate secondo un duplice sguardo: quello del giornalista e quello dello sbirro. Abbiamo poi scelto di approfondire alcuni di questi episodi, dedicando loro singoli volumi; siamo partiti dal Canaro della Magliana per poi lavorare a “Quelli cattivi”, un testo incentrato su una storia degli anni Ottanta, quando venne messa a segno una clamorosa rapina in una banca spagnola (furono sottratti quaranta miliardi). A essere coinvolto fu un gruppo di ostiensi, il cui capo era un esponente di spicco della malavita romana, in coordinamento con alcuni nazifascisti. Un sodalizio ‘misto’, se così possiamo chiamarlo, che fruttò una cifra altissima per l’epoca; il denaro e gioielli vennero trasportati a Roma per mezzo di imbarcazioni, le stesse che portavano gli stupefacenti sulle coste. Ecco, questo bottino fu poi diviso a metà: una parte finì in Inghilterra con i nazifascisti, i quali lo riciclarono in case, alloggi e altro, mentre l’altra parte – spettante alla Banda della Magliana – fu sotterrata nell’imminenza dell’“Operazione Colosseo” [quella che portò, nel 1993, alla sostanziale decapitazione della Banda, n.d.r.]. L’arresto dei componenti impedì di scoprire il bottino che, si narra, potrebbe essere ancora interrato da qualche parte. “Quelli cattivi” prende dunque avvio da questa storia ma segue un trattamento romanzesco, in cui confluisce una storia d’amore e il profilo sempre più imponente di una poliziotta, figura di finzione ben strutturata. Sarà lei la protagonista di altri libri: la troviamo infatti ne “Il delitto di via Poma”, in “Inferno Capitale” e anche nell’ultimo testo a cui stiamo lavorando”.

E Ostia? So che vi è molto legato per ragioni non solo lavorative ma esistenziali. Come inquadra la situazione e, soprattutto, cosa pensa del ‘racconto’ che ne veicola la percezione?

Io ho lavorato moltissimi anni alla Squadra Mobile dunque conosco bene i soggetti di cui spesso si parla. Ci riferiamo però sempre a fatti di vent’anni fa, relativi – direi – a una città diversa. La situazione attuale di Ostia è quella di tanti altri quartieri; etichettare il luogo come una “città mafiosa” è surreale anzi, oserei dire orribile. Non c’è un solo commerciante, alcuna attività imprenditoriale che sia stata sottoposta a taglieggiamento. I personaggi più loschi, condannati, che hanno avuto i loro problemi, si sono mossi ai limiti della scena ostiense, che è animata da persone oneste, pulite, piene di voglia di fare.

Ci sono criminali come ci sono ovunque: vengono combattuti, vengono arrestati. Gli Spada? Hanno avuto il loro palcoscenico dopo il fatto della testata al giornalista Piervincenzi e all’operatore Rai Anselmi [Roberto Spada colpì Daniele Piervincenzi ed Edoardo Anselmi il 7 novembre 2017 nel corso di un’intervista per la trasmissione Rai Nemo, n.d.r.], ma non sono la maggioranza, non rappresentano i cittadini di Ostia.

La mia famiglia abita da molti anni sul litorale, io amo godere della vista del mare quando vado a correre, la domenica passeggio in pineta. È una realtà bellissima, piena di associazioni, di arte, di cultura. Sentir parlare di mafia mi fa venire il voltastomaco e mi dispiace che all’esterno traspaia un’immagine alterata, figlio di una narrazione parziale, strumentale, raffazzonata.

E tutto per colpa di alcuni cialtroni. Anche certi investigatori hanno la loro parte di responsabilità, io che ho vissuto con queste storie, buttandoci il sangue, posso dire che il loro atteggiamento non è serio. Poi, le colpe sono soprattutto politiche perché non si può pensare di gestire una città di trecentomila abitanti – densa quanto Bologna o Firenze – con un commissariato con meno di cento uomini. Evidentemente qualcosa non funziona. Ostia dista 30 km da Roma, sembrano pochi ma non è così; se accade qualcosa è difficile inviare una macchina, giacché impiega mezzora per arrivare. C’è bisogno di una presenza stanziale, che effettui un controllo reale sul territorio. Ma Ostia, ecco, è un luogo bellissimo, un quartiere che ha innumerevoli pregi, pieno di ottime persone”.

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