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Operazione: Noi..proteggiamo Roma, 20 arresti

Duro colpo al clan dei Casamonica. La polizia ha tratto in arresto 20 appartenenti alla banda. Sequestrati anche beni per una decina di milioni e fondi per 20 milioni di euro. Le indagini partite grazie ad alcuni collaboratori di giustizia

printDi :: 16 giugno 2020 16:55
Operazione: Noi..proteggiamo Roma, 20 arresti

Operazione: Noi..proteggiamo Roma, 20 arresti

(AGR) Duro colpo al clan Casamonica. Alle prime ore di questa mattina è scattato, infatti, il blitz della polizia, che ha portato all’arresto di 20 persone (15 in carcere e 5 ai domiciliari). Il  personale del Servizio Centrale Operativo della Squadra Mobile di Roma e del Commissariato di PS “Romanina”, infatti,  hanno dato esecuzione all’Ordinanza di arresto emessa dal G.I.P. del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di esponenti di spicco del clan, in particolare è stata sgominata l’articolazione territoriale operante nella zona Romanina-Anagnina-Morena della città di Roma, specializzata in  delitti contro il patrimonio (nella specie, usura ed estorsioni), utilizzo di armi per affermare il controllo egemonico sul territorio, realizzato anche attraverso accordi con altre organizzazioni criminose, con l’obiettivo di conseguire vantaggi patrimoniali dalle attività economiche che si svolgono nel territorio attraverso o la partecipazione alle stesse, ovvero con la riscossione di somme di denaro a titolo di compendio estorsivo ed acquisire direttamente o indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche in diversi settori,nonché dei reati fine di estorsione, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria e intestazione fittizia di beni, tutti aggravati ex art. 416 bis.1 c.p.. Sequestrati, inoltre, beni per una decina di milioni, tra cui, quote societarie, terreni, una villa con piscina, appartamenti e locali. Sequestrati al clan anche 20 milioni di euro.

Noi..proteggiamo Roma

Noi..proteggiamo Roma

L’odierna operazione, frutto di complesse e articolate indagini, ha consentito di individuare l’esistenza a Roma di due clan facenti capo alla famiglia Casamonica he hanno strutturato un’associazione di tipo mafioso finalizzata, attraverso la commissione di reati: tra i quali usura, estorsione, esercizio abusivo di attività finanziaria e intestazione fittizia di beni, a procurarsi ingiusti profitti e/o vantaggi per sé e per i membri del sodalizio criminale, per ciascuno dei quali sono stati delineati ruoli e compiti

L’attività investigativa è stata espletata mediante numerose operazioni di intercettazione e attività di videoripresa supportate da servizi sul territorio, assunzione di informazioni da numerose persone informate sui fatti, riconoscimenti fotografici, perquisizioni e sequestri. Inoltre, ha avuto un fondamentale input dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui un famigliare che ha potuto tracciare l’organigramma del sodalizio, riferire in merito alle attività delittuose perpetrate e, soprattutto, spiegare le dinamiche interne alla consorteria, impossibili da ricostruire in altro modo considerato l’utilizzo del sinti, lingua difficilmente decifrabile.

Tali dichiarazioni hanno consentito non solo di riscontrare i singoli episodi delittuosi ma soprattutto di attestare l’esistenza di un sodalizio criminoso caratterizzato, nel suo operare, da modalità evidentemente mafiose.

Il Clan era un sistema complesso costituito da più nuclei familiari, collegati tra loro in maniera orizzontale e non verticistica, dediti a numerose attività criminali, i quali, pur essendo autonomi, sono sempre pronti a unirsi qualora vi sia necessità di far fronte a pericoli o minacce provenienti dall’esterno, in quanto legati da un comune senso di appartenenza alla medesima famiglia. Significativa in tal senso è la conversazione in cui un fedelissmo, rispondendo al suo interlocutore sull’importanza del sodalizio criminale al quale appartiene, asserisce esplicitamente “a Roma? la prima!”, confermando altresì l’assenza di una compagine piramidale: “ma non c'hanno una piramidale loro”. Il senso di appartenenza ad una associazione di stampo mafioso equiparabile alle consorterie “tradizionali” -camorra o la ‘ndrangheta- e il riconoscimento della sussistenza del vincolo associativo vengono ribaditi in modo esplicito nel corso di un’altra emblematica conversazione captata durante l’attività tecnica. Lamentandosi dei provvedimenti giudiziari emessi nei confronti di altri membri del clan, uno dei componenti della banda affermava che l’annientamento del sodalizio è finalizzato a consentire alle organizzazioni forti di mettere le mani su Roma: “devono far entrare ... devono far entrare ...organizzazioni forti a roma ecco perchè ce vonno distrugge a noi!! la camorra e la n'drangheta” “….perchè i Casamonica proteggono Roma ..invece hanno stufato... i napoletani vonne entra'..la camorra vo' entra' a Roma e i calabresi vonno entra' a Roma”

Operazione: Noi..proteggiamo Roma

Operazione: Noi..proteggiamo Roma

Inoltre, nel corso delle attività è stata ricostruita la storia dei due gruppi familiari negli ultimi venti anni- anche attraverso l’acquisizione dei diversi provvedimenti adottati nel tempo dall’Autorità Giudiziaria - e si è riscontrato che le attività illecite, commesse dai componenti dei due sodalizi criminali, sono rimaste quasi del tutto immutate. Le dichiarazioni rese dai collaboratori– tutte coincidenti sul tema dell’utilizzo del metodo mafioso, dell’individuazione di un effettivo potere di intimidazione manifestato dal clan e sulle condizioni di assoggettamento delle vittime – hanno rinvenuto numerosi elementi di riscontro, anche in merito alla realizzazione di innumerevoli reati scopo quali usura, estorsione, esercizio abusivo di attività finanziaria e intestazione fittizia di beni. Le conversazioni telefoniche e ambientali intercettate, dal contenuto esplicito e inequivocabile, hanno ulteriormente corroborato la metodologia mafiosa e la conseguente omertà delle persone offese, molte delle quali hanno manifestamente negato il loro ruolo di vittime, non offrendo alcuna collaborazione e non riconoscendo l’Autorità dello Stato. In particolare, è emerso che le persone offese, una volta ricevuto un prestito non riescono più a sottrarsi alle richieste di denaro da parte degli indagati, stabilendo, di fatto, “un legame a vita” con i creditori. Le risultanze investigative hanno evidenziato, infatti, l’aumento degli interessi in caso di omesso pagamento delle rate nonché le gravi minacce e intimidazioni dirette al recupero forzoso del credito, attuate mediante uno schema di azione ampiamente noto e collaudato, già emerso nei numerosi processi celebrati nei confronti degli appartenenti al clan .Schema che è stato posto in essere indifferentemente da ciascuno dei partecipi al sodalizio -a conoscenza del credito da riscuotere, anche quando concesso da altri associati, del tasso imposto e delle scadenze- con la finalità precipua di costringere la vittima, in caso di ritardo, a corrispondere, a titolo di interesse, somme sempre più elevate, in modo da impedire la restituzione del capitale e tenere gli usurati in uno stato di totale soggezione e asservimento.

 Al riguardo, le modalità di recupero dei crediti, attestanti l’esercizio della forza di intimidazione proprio delle consorterie mafiose, sono risultate caratterizzate da più fasi di pressione crescente, sino a sfociare in atti di violenza morale e fisica nei confronti delle vittime e, quindi, in condotte di natura estorsiva, in quanto oggettivamente prive di giustificazione e fondate esclusivamente sulla forza di intimidazione del gruppo, il quale, a volte, non ha neanche la necessità di far ricorso a minacce esplicite per ottenere la consegna di quanto indebitamente preteso.

L’operazione “Noi proteggiamo Roma” ha svelato l’esistenza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso che ha provocato un profondo degrado sul territorio, consentendo il dilagare di reati gravissimi e lesivi di beni primari. Un sodalizio che ha fondato la sua potenza sull’organizzazione a base prevalentemente familistica e sulla ripartizione delle competenze, consentendo al complesso dei soggetti chiamati a rispondere anche solo di reati satellite di gravitare in un’area di impunità, scaturente dalla forza evocativa e intimidatoria del Clan

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