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Di E. G.: Redazione AGR Roma :: 30 settembre 2026 19:02
Tratta di migranti, l'avvocato Marco Valerio Verni a Roma: "Tutelare i familiari per spezzare il silenzio delle vittime"

(AGR) ROMA – La denuncia come passaggio essenziale per sottrarre le vittime al controllo delle organizzazioni criminali e consentire l’attivazione degli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento. È stato questo il tema centrale dell’intervento del noto giurista Marco Valerio Verni al VII Congresso Italo-Luso-Brasiliano di Diritto, svoltosi il 21 e 22 settembre nella sede dell’Ambasciata del Brasile in Italia, a Palazzo Pamphilj, in Piazza Navona.
Il congresso, promosso dall’Istituto Silvio Meira e dedicato al tema “Il futuro del diritto dell’immigrazione: famiglie, imprese, lavoro e affari. Un mondo nuovo?”, ha riunito a Roma giuristi, magistrati, avvocati, accademici ed esperti provenienti dall’Italia, dal Brasile e dal Portogallo. L’iniziativa si è svolta insieme al XVII Incontro della Rete di studi sui diritti umani nella transnazionalità.
Dopo un inquadramento delle differenze tra tratta di esseri umani e traffico di migranti, il giurista ha concentrato l’attenzione su uno degli aspetti meno visibili del fenomeno: il silenzio delle vittime, determinato non soltanto dalla paura per la propria incolumità, ma anche dal timore che la denuncia presentata in Italia possa provocare ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti nei Paesi d’origine.
Una problematica già emersa nel corso della prima Giornata internazionale della donna migrante, svoltasi nei mesi scorsi a Palazzo Gil, dove diverse testimonianze avevano evidenziato come la minaccia rivolta ai genitori, ai figli o agli altri congiunti possa diventare uno degli strumenti utilizzati dalle organizzazioni criminali per impedire alle vittime di rivolgersi alle autorità.
«Denunciare in sicurezza è il primo passo verso la libertà», ha sottolineato Verni. «L’ordinamento italiano prevede importanti strumenti di protezione, assistenza e regolarizzazione. È fondamentale che la vittima li conosca e possa essere accompagnata fin dal primo momento da professionisti e istituzioni in grado di attivarli tempestivamente, tenendo conto anche della sicurezza del suo nucleo familiare».
Nel corso della relazione sono state distinte due situazioni. La prima riguarda la vittima che si trova in Italia mentre i suoi familiari risiedono all’estero e potrebbero essere esposti alle ritorsioni dell’organizzazione criminale. In questi casi, agli strumenti giudiziari e amministrativi italiani possono affiancarsi i canali di cooperazione internazionale, giudiziaria e di polizia, insieme al contributo delle autorità diplomatiche e consolari.
La seconda situazione riguarda la persona che vive in Italia insieme alla propria famiglia. Qui la protezione può essere valutata unitariamente, considerando non soltanto la sicurezza del denunciante, ma anche quella del coniuge, dei figli e degli altri familiari conviventi. Possono assumere rilievo, secondo le circostanze, le misure di protezione personale, l’inserimento nei programmi di assistenza per le vittime di tratta, l’accoglienza in strutture protette e gli strumenti processuali diretti a prevenire ulteriori intimidazioni o forme di vittimizzazione.
Particolare attenzione è stata dedicata agli istituti previsti dall’ordinamento italiano. Tra questi, il permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale disciplinato dall’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione, che consente di tutelare la vittima anche attraverso percorsi non necessariamente subordinati alla preventiva presentazione di una denuncia, e il permesso previsto dall’articolo 18-ter per le vittime di intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo che contribuiscano utilmente all’emersione dei fatti e all’individuazione dei responsabili.
Sono stati richiamati anche l’accesso al patrocinio a spese dello Stato – in alcuni casi ammesso a prescindere dai limiti di reddito previsti in via ordinaria – e le garanzie riconosciute alla persona offesa particolarmente vulnerabile nel procedimento penale.
Secondo Verni, un ruolo determinante può essere svolto dall’avvocato non soltanto nella redazione della denuncia e nell’assistenza processuale, ma già nella fase precedente. Il professionista può valutare il rischio, individuare l’autorità competente, preservare gli elementi di prova, richiedere gli interventi urgenti, attivare i percorsi di protezione e accompagnare la vittima nell’accesso ai benefici amministrativi e giudiziari previsti dalla legge.
Analoga importanza riveste il ruolo delle ambasciate e dei consolati, che possono rappresentare un primo interlocutore per le persone straniere in condizioni di vulnerabilità. Nel rispetto delle rispettive competenze, la rappresentanza diplomatica può offrire orientamento, favorire il contatto con professionisti qualificati, servizi specializzati e associazioni antitratta e, nei casi che coinvolgano familiari residenti all’estero, agevolare il dialogo con le autorità del Paese interessato.
Da qui la proposta di rafforzare una rete stabile tra ambasciate, avvocati, autorità giudiziarie, forze di polizia, servizi territoriali e organizzazioni di assistenza. Una rete capace di accompagnare la denuncia con un percorso strutturato, nel quale la vittima sia informata sugli strumenti disponibili e possa contare su una risposta coordinata delle istituzioni.
«L’esortazione a denunciare deve essere accompagnata dalla conoscenza delle tutele già offerte dal nostro ordinamento», ha concluso Verni. «Quanto più efficace sarà il coordinamento tra autorità, avvocati, ambasciate e servizi di assistenza, tanto maggiore sarà la fiducia delle vittime nelle istituzioni e la loro disponibilità a collaborare con la giustizia. Proteggere i familiari significa rafforzare la libertà della persona di denunciare e, al tempo stesso, rendere più efficace il contrasto alle reti criminali».
Il programma del congresso si è concluso il 23 settembre con la partecipazione dei relatori all’udienza generale in Piazza San Pietro.
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