AGR Agenzia di Stampa
Di Ettore Giuffrida :: 30 ottobre 2026 18:29
La retorica sui giovani e l'arroccamento dei partiti davanti al rincaro della vita

(AGR) ROMA-MILANO – Le immagini delle recenti devastazioni nelle piazze metropolitane, animate prevalentemente da minorenni, non descrivono incidenti isolati o esplosioni spontanee di follia adolescenziale. Liquidare la rabbia delle nuove generazioni come un mero problema di ordine pubblico o come un'improvvisa devianza psicologica collettiva è la più grande e ipocrita delle illusioni ottiche. Questa non è follia adolescenziale: è il capolinea di una lunga, sistematica e cinica ritirata dello Stato dai territori della Repubblica. Un disegno unitario e coerente che unisce le scelte politiche degli ultimi trent'anni al deserto sociale ed economico che oggi infiamma Milano e Roma.
Il bersaglio facile: la colpevolizzazione dei giovani e il distacco della politica
I palazzi del potere, arroccati nella difesa delle proprie posizioni e dei propri equilibri interni, hanno perso ogni contatto con la quotidianità dei quartieri popolari. Non sanno cosa significhi vivere senza certezze, in territori privati di centri aggregativi, scuole e presidi sociali. Quando il fallimento educativo ed economico degli adulti diventa macroscopico, la classe dirigente si rifugia nel populismo penale, invocando varchi di sicurezza e misure restrittive, trasformando il fallimento dello Stato sociale in una colpa morale individuale dei ragazzi.
La parabola storica del lavoro: dalle grandi battaglie dello Statuto alla precarietà di legge
Per decenni, il pilastro della stabilità sociale e della dignità della famiglia italiana è stato fondato sulla Legge 300 del 20 maggio 1970 – lo Statuto dei Lavoratori. Frutto di imponenti e sanguinose battaglie sindacali, di scioperi operai e di una spinta democratica senza precedenti, lo Statuto aveva al suo cuore l'Articolo 18. Quella norma non era un semplice cavillo giuridico, ma un argine invalicabile contro l'arbitrio padronale: garantiva il diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo o senza giusta causa. L'Articolo 18 offriva una certezza esistenziale; era la pietra angolare su cui un lavoratore poteva accendere un mutuo, pianificare la nascita di un figlio e costruire un progetto di vita a lungo termine.
Questa fortezza dei diritti è stata aggredita e demolita pezzo dopo pezzo da riforme bipartisan dettate dai dogmi del neoliberismo. Il primo sfilacciamento strutturale si palesa nel 2003 con la Legge 30 (la cosiddetta Riforma Biagi) varata dal centrodestra. Sotto la retorica della "flessibilità" necessaria per competere sui mercati globali, la riforma introduce una giungla di contratti atipici, interinali e a termine. Il lavoro per i giovani si frammenta in una miriade di collaborazioni precarie e sottopagate, trasformando l'ingresso nel mercato professionale in un limbo infinito senza protezioni.
Il colpo di grazia definitivo, tuttavia, arriva paradossalmente da sinistra nel 2015 con il Jobs Act firmato dal governo Renzi. Con un cinismo politico senza precedenti, un esecutivo di matrice formalmente progressista porta a compimento ciò che la destra economica aveva solo osato sperare: la sostanziale cancellazione del diritto al reintegro dell'Articolo 18 per i nuovi assunti, sostituito da un mero indennizzo monetario attraverso il "contratto a tutele crescenti". Il Jobs Act sdogana definitivamente l'idea del lavoro come merce fluida, liquida e sacrificabile. Licenziare diventa un costo aziendale facilmente calcolabile e deducibile. Privatizzando il rischio d'impresa e scaricandolo interamente sulle spalle dei dipendenti, la politica ha disinnescato lo Statuto del 1970, impoverito i padri e tolto ai figli la stabilità minima per immaginare un domani.
La trappola dell'inflazione: stipendi sotto il tasso di rincaro
La realtà che la politica si ostina a ignorare è fotografata impietosamente dagli ultimi dati macroeconomici. Secondo le ultime indagini preliminari dell'Istat, l'inflazione in Italia è balzata a un preoccupante +5,4% su base annua, trainata dalle impennate dei beni energetici e del carrello della spesa. A fronte di questo aumento vertiginoso del costo della vita, i salari degli italiani restano drammaticamente al palo: le retribuzioni contrattuali orarie registrano una crescita tendenziale ferma appena al +2,5%.
Questo significa che per il secondo trimestre consecutivo l'aumento degli stipendi è nettamente inferiore al tasso d'inflazione. È una svalutazione scientifica e silenziosa della vita dei cittadini: le famiglie lavoratrici si impoveriscono ogni giorno di più pur continuando a lavorare, mentre la capacità di risparmio regolare è ridotta a un puro miraggio. Un lavoratore povero o un giovane precario si trovano schiacciati in una morsa in cui le entrate reali diminuiscono e le spese minime di sopravvivenza diventano insostenibili.
L'esplosione delle disuguaglianze: una forbice retributiva fuori controllo
Nel cuore di questo collasso si colloca l'esplosione di una disuguaglianza interna che ha letteralmente polverizzato la storica classe media italiana, oggi ridotta alla fame e alla precarietà esistenziale. Si è drammaticamente interrotto ogni criterio di equità e coesione sociale: il divario economico tra la massa dei lavoratori e i vertici della dirigenza aziendale ha raggiunto una forbice troppo ampia, siderale e moralmente ingiustificabile. Mentre i salari degli operai, degli impiegati, dei tecnici e dei professionisti sono rimasti congelati o sono diminuiti negli ultimi trent'anni, i compensi dei top manager e dei grandi dirigenti d'azienda — sia nel settore pubblico che nel privato — hanno raggiunto vette astronomiche.
In Italia, il rapporto tra lo stipendio di un amministratore delegato e quello di un lavoratore medio della stessa azienda è passato storicamente da circa 20 volte a oltre 150-200 volte nei grandi gruppi industriali e finanziari. Questa disparità retributiva scandalosa viene blindata da bonus milionari, stock option e buonuscite erogate persino di fronte a palesi fallimenti industriali, ristrutturazioni selvagge o pesanti tagli al personale. Il merito, tanto sbandierato dalla propaganda neoliberista, si è trasformato nel privilegio di una casta manageriale autoreferenziale.
Questa dinamica ha progressivamente eroso il potere d'acquisto di quel ceto medio che un tempo costituiva la spina dorsale economica e civile del Paese. Famiglie monoreddito o con contratti precari non riescono più a fare la spesa, a pagare le bollette o a sostenere i costi dell'abitare a Milano e Roma. La scomparsa della classe media ha cancellato l'ascensore sociale: il figlio di un lavoratore impoverito sa già che, con le regole attuali, rimarrà intrappolato nella stessa precarietà del padre. Questa consapevolezza alimenta la rabbia sorda e il nichilismo che esplodono poi nelle piazze metropolitane.
Il peccato originale monetario e la svendita del patrimonio pubblico
Questa erosione salariale si innesta su trent'anni di politiche neoliberiste speculari portate avanti da destra e sinistra. La parabola comincia con la stagione delle cartolarizzazioni selvagge, con cui lo Stato e gli Enti Pubblici non Economici (EPNE) - INPS - INPDAP - INAIL e Fondazioni hanno svenduto i beni comuni e il patrimonio immobiliare costruito con i fondi deil lavoratori come l'ex Gescal, sacrificando il diritto alla casa sull'altare della speculazione finanziaria. A questo sacco si è saldato l'aggancio all'Euro gestito dal governo Prodi, con un tasso di cambio fisso a 1936,27 lire che – a differenza del cambio paritario uno a uno del Marco tedesco – ha istantaneamente dimezzato i risparmi degli italiani. Chi percepiva un milione e duecentomila lire si è ritrovato con 600 euro, mentre ciò che costava mille lire è diventato un euro. Una doppia svalutazione storica che ha spento per sempre l'ascensore sociale.
La Macchina dell'Esclusione: L'algoritmo della miseria e i "manettelli"
Per gestire le macerie di questo impoverimento, si è sostituito il welfare con la burocrazia digitale, creando il binomio perfetto: l’algoritmo della miseria e la retorica del manettelli. Quando i calcoli automatizzati dell'Isee o dell'Inps escludono i disperati dal supporto pubblico, la colpa viene scaricata sul cittadino attraverso la ferocia mediatica dei "manettelli", la versione da tastiera e parcellizzata dei vecchi manettari denunciati da Leonardo Sciascia. Il povero smette di essere un soggetto avente diritto e diventa un "furbetto" da punire.
La politica asseconda questo gioco: promette riduzioni fiscali che vengono puntualmente azzerate dal caro carburante e dall'energia, e quando la tensione sociale è ormai insostenibile, approva in fretta e via una nuova legge elettorale per blindare i seggi dei leader prima di invocare nuove elezioni.
La Scuola di Roma, i "Maranza" e il deserto sanitario: l'anatomia del disagio
In questo perimetro di totale abbandono produttivo e istituzionale si inserisce l'esplosione del fenomeno dei cosiddetti Maranza. Come ampiamente dimostrato dalla grande tradizione scientifica della "Scuola di Roma" – quel nucleo storico di sociologia urbana e d'inchiesta sul campo che da decenni mappa le fratture e le mutazioni antropologiche della Capitale – e dalle fondamentali indagini del sociologo Maurizio Fiasco su usura, sovraindebitamento e sfilacciamento delle reti sociali, le tute acetate dei grandi club calcistici, i borselli a tracolla e l'aggressività stradale esibita dai giovanissimi non costituiscono una semplice devianza o una moda passeggera dei social network. Sono un'estetica della rabbia e, al tempo stesso, uno scudo identitario.
Il "branco" diventa l'unica agenzia di socializzazione rimasta per ragazzi cresciuti in nuclei familiari schiacciati dal peso del debito, dalla precarietà lavorativa estrema e dal collasso simultaneo delle infrastrutture pubbliche nei quartieri. Quando i genitori sono ridotti alla sussistenza e i legami comunitari di prossimità si dissolvono, le dinamiche di mutuo soccorso vengono rimpiazzate da una solitudine esistenziale che trova nel gruppo di strada l'unico surrogato di appartenenza e di mutua protezione. L'occupazione rumorosa delle stazioni ferroviarie e delle piazze centrali è la firma di chi rivendica visibilità in una metropoli che ha fatto di tutto per confinarlo nell'invisibilità.
A questa marginalità sociale si salda la drammatica desertificazione del Servizio Sanitario Nazionale. Nelle periferie urbane, i consultori familiari, i presidi medici territoriali e i centri di igiene mentale sono stati metodicamente chiusi o svuotati di personale da decenni di tagli lineari e logiche di bilancio aziendali. Curarsi è diventato un lusso riservato a chi può permetterselo. Di fronte a liste d'attesa infinite, che impongono mesi o anni di attesa persino per un supporto psicologico o una visita specialistica d'urgenza, l'alleanza terapeutica tra lo Stato e i cittadini si è spezzata. Il disagio psicologico degli adolescenti, esasperato dalle ferite e dall'isolamento dell'era post-pandemica, non trova alcuna risposta nelle strutture pubbliche. Senza una rete di ascolto istituzionale, la sofferenza psichica individuale fermenta e si trasforma inevitabilmente in patologia sociale ed esplosioni di violenza collettiva.
Per mascherare questo disastro sistemico e la totale assenza di servizi minimi, l'apparato politico e mediatico dominante orchestra da anni una narrazione tossica: la guerra generazionale tra giovani e pensionati. I talk-show dipingono i nonni d'Italia e la spesa previdenziale come la causa primaria del debito pubblico, suggerendo cinicamente che la miseria dei figli dipenda dai presunti privilegi economici dei padri. Questo racconto è un insulto alla realtà. La verità è speculare: in un sistema devastato dal precariato e da stipendi fermi al 1990, i pensionati sono rimasti l'unico e ultimo vero ammortizzatore sociale per milioni di famiglie. Senza l'assegno previdenziale dei nonni — utilizzato quotidianamente per pagare i mutui dei figli precari, fare la spesa nei discount o coprire le spese mediche private nei laboratori commerciali — l'intera tenuta sociale delle periferie di Milano e Roma sarebbe già crollata.
Ed ecco che si scatena una cinica guerra tra poveri per coprire il fallimento strutturale: tolto il futuro ai ragazzi, svalutato i salari sotto i colpi dell'inflazione, svenduto il patrimonio abitativo pubblico coastruito anche con i fondi dei lavoratori e della ex. Gescal, desertificato gli ospedali e ora si pretende di nascondere le macerie attaccando i giovani e colpevolizzando gli anziani. Non è follia adolescenziale, è il capolinea della ritirata.
AGR ASSOCIAZIONE GIORNALISTICA RADIOTELEVISIVA
© 1998 - 2026 AGRonline.it