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Di :: 02 settembre 2026 20:12

“Il nome che ho scelto” la storia di Jasmine Haffadi: come diventare protagonista della propria vita

(AGR) di Donatella Gimigliano

Cambiare nome può significare molto più che sostituire una parola scritta sui documenti. Per Jasmine Haffadi ha significato segnare un passaggio preciso della propria vita: smettere di lasciare che fossero le origini, le circostanze e lo sguardo degli altri a definirla e cominciare a decidere in prima persona chi volesse diventare.

 
È intorno a questo passaggio che si sviluppa “Il nome che ho scelto”, il racconto autobiografico nel quale Jasmine ripercorre una vicenda iniziata quando, a soli otto anni, lascia il Marocco per raggiungere l’Italia.

Nell’immaginazione di una bambina, il nuovo Paese assomiglia a una sorta di “New York”, un luogo delle opportunità nel quale tutto sembra possibile. Ma l’Italia che incontra è molto diversa da quella che aveva immaginato. La povertà, una lingua sconosciuta, l’isolamento e il pregiudizio accompagnano i primi anni, insieme alla fatica di costruire un senso di appartenenza in un luogo che dovrebbe diventare casa e nel quale continua invece a sentirsi straniera.

Nel libro entrano così temi come immigrazione e integrazione, ma anche bullismo, discriminazione, povertà educativa ed economica e distanza tra culture. Jasmine li attraversa senza trasformare la propria esperienza in una richiesta di compassione. Il centro del racconto non è ciò che le è accaduto, ma ciò che decide di fare con quello che le è accaduto.

È proprio qui che il titolo acquista il suo significato più profondo. Asmaa diventa Jasmine e quel nuovo nome segna simbolicamente un confine: da una parte una storia vissuta spesso attraverso le decisioni, le aspettative e i giudizi degli altri; dall’altra la volontà di cominciare a determinarne personalmente il corso.

Una scelta che negli anni si tradurrà anche nella sua vita professionale. Oggi Jasmine Haffadi è imprenditrice, Founder e CEO di StoreFit, network italiano del fitness-tech specializzato nell’EMS, cresciuto fino a contare oltre 50 centri in Italia e più di 15 milioni di euro di fatturato aggregato della rete. Nel 2026 ha ricevuto il riconoscimento Woman in Franchising ed è diventata Presidente del Millionaire Club Milano. Il suo percorso professionale restituisce così una dimensione concreta a quanto raccontato nel libro: il punto di partenza può condizionare una vita, ma non necessariamente stabilirne il punto di arrivo.

La sua storia, tuttavia, non viene presentata come la dimostrazione semplicistica che la volontà sia sufficiente a cancellare qualsiasi svantaggio. Le condizioni di partenza pesano, le difficoltà hanno conseguenze reali e non tutti dispongono delle stesse opportunità. Ciò che Jasmine rivendica è qualcosa di diverso: la possibilità di non consegnare definitivamente la propria identità alle circostanze nelle quali si è nati o cresciuti.

Da questa esperienza nasce anche una riflessione più ampia sul peso delle aspettative familiari, sociali e culturali, sulle etichette che accompagnano le persone e sulla difficoltà di liberarsene. Quanto di ciò che siamo è davvero nostro? Quanto, invece, è stato deciso dallo sguardo degli altri? E quanto può essere difficile, soprattutto quando si parte da una condizione di svantaggio, rivendicare il diritto di immaginare per sé un futuro diverso?

La scrittura nasce anche dal desiderio di dare una destinazione diversa alle esperienze più dolorose. «Ho scritto questo libro perché il prezzo che ho pagato — le difficoltà che ho attraversato, le battaglie che ho combattuto — avesse un senso oltre la mia storia personale», racconta Jasmine.

Non lasciare, dunque, che quanto vissuto resti soltanto una ferita privata, ma trasformarlo in una testimonianza capace di raggiungere chi sta affrontando difficoltà simili. È in questo passaggio che “Il nome che ho scelto” supera la dimensione strettamente autobiografica.La vicenda della bambina arrivata dal Marocco riguarda inevitabilmente immigrazione, integrazione e appartenenza, ma parla anche a chi non ha mai dovuto attraversare una frontiera geografica. Perché esistono altri confini: quelli costruiti dal pregiudizio, dalle aspettative, dalla condizione economica o dall’immagine che gli altri hanno deciso di attribuirci. Sentirsi fuori posto, essere definiti attraverso un’etichetta o vivere la distanza tra ciò che gli altri si aspettano da noi e ciò che desideriamo essere sono esperienze che possono assumere forme molto diverse.

Scegliere il proprio nome diventa allora una metafora. Non significa cancellare ciò che è stato né rinnegare le proprie origini, ma riconoscere che il passato può spiegare una parte di noi senza avere necessariamente il diritto di scrivere anche il nostro futuro.Ed è probabilmente questa la chiave più autentica del libro di Jasmine Haffadi: una storia non può sempre essere scelta dall’inizio. Ma, a un certo punto, si può provare a scegliere come continuarla.

(foto di Elena Barsottelli)

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